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Calabria, le primarie che piacciono ai satrapi

admin
Dicembre30/ 2012

primarie pd

di S. Alfredo Sprovieri

Appena conquistato un nuovo territorio, il governo centrale si rivolgeva alle famiglie nobiliari per scegliere un satrapo che governasse il potere economico ed amministrativo della provincia in nome del Re. La regola che valeva per l’antica Persia uscita mitizzata dalle favole oggi sembra valere per la misera Calabria uscita ancor più umiliata dalle primarie parlamentari di Pd e Sel.

Pur nell’affluenza bassissima, qualche piccola sorpresa e positivi esempi di militanza spontanea, ma se c’è una cosa che si è confermata nelle urne e intorno alle urne è proprio quanto alle segreterie politiche romane serva una Calabria schiava, soprattutto di se stessa. Naturalmente balza agli occhi la facile vittoria di Rosy Bindi in quel di Reggio. La toscana presidente nazionale del Partito Democratico che iniziò la carriera politica con la democrazia cristiana appena caduto il muro di Berlino è stata eletta senza batter ciglio. Stessa sorte per Alfredo D’Attorre, calato dal segretario Pierluigi Bersani a guidare il partito commissariato in Calabria, ha riscosso migliaia di preferenze nel Catanzarese. Molti giurano che solo dodici di questi saprebbero riconoscerlo incontrandolo per strada. A Crotone al parlamentare cirotano Nicodemo Oliverio sono andati tutti i voti disponibili, tranne quelli un gruppo di militanti che ha bucato per strada. La prossima volta vadano in autobus. A Cosenza a sfangarla è stata Enza Bruno Bossio; dirigente nazionale del Pd e moglie di Nicola Adamo, è stata la più votata in una provincia dove, come afferma anche il consigliere regionale Mario Maiolo, il rispetto delle regole più basilari è clamorosamente mancato all’appello.

Polemiche e ricorsi annunciati che cambieranno poco la sostanza e che per ora non riguardano il dibattito pubblico intorno a Sel, che il caos l’ha vissuto nei giorni precedenti all’apertura dei seggi per poi lasciare spazio ad silenziosa ritirata democratica. In molti territori “rossi” della regione, dove nello scorso voto primario Nichi Vendola era risultato il più votato, il seggio di Sel non è stato nemmeno aperto, o aperto per poche ore. Questo dovuto fondamentalmente al fatto che il partito, a differenza del Pd, di fatto non esiste e non può contare sulla rete di iscritti e militanti sul territorio meno urbano. Ma non solo. Dietro agli stratagemmi usati ieri per privare del voto migliaia di persone c’è anche stavolta e anche qui la volontà ferrea di garantire le vecchie satrapie di uomini e donne che in 20 anni si sono distinti nell’hobby di collezionare disastri politici.

Un problema enorme e recalcitrato nella società calabrese, che tiene il voto legato agli apparati di potere e il non voto in una condizione di subalternità culturale. Per generalizzare, gli scenari registrati dai cronisti ieri sono sintetizzabili nei comportamenti di chi si fiondava ai seggi perché l’aveva promesso a qualcuno e chi si lamentava che nulla cambia dopo aver fatto poco più che consumare una fetta di pandoro.

La loro schiavitù è figlia della stessa madre.

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