• venerdì 14 Agosto 2020

LONGFORM | Perché Spotlight non è (solo) un porno per giornalisti

Marco de Laurentis
Marco de Laurentis
Febbraio29/ 2016

E’ il luglio del 2001 quando Martin Baron, uno dei migliori direttori americani (cronistoria qui ), si trasferisce dal Miami Herald in Florida alla cabina di regia del Boston Globe. La sua scelta editoriale, privilegiare il giornalismo investigativo a scapito della copertura di eventi internazionali, dà carta bianca alla squadra di reporter chiamata Spotlight (SI’, il titolo italiano IL CASO Spotlight è sbagliato; NO,non c’è modo per farlo cambiare). Il team, fondato dal direttore Tom Winship nel 1970, è il più longevo degli Stati Uniti nell’ambito del giornalismo d’ inchiesta e si era già occupato di casi di corruzione di politici, assenteismo di dipendenti pubblici, frodi e abusi, vincendo 2 premi Pulitzer nel 1972 e nel 1980. Nel 2001 però l’ attenzione di Baron  si focalizzò su una notizia locale del quotidiano: un sacerdote chiamato “Father John Geoghan” era accusato di aver abusato di almeno 84 minori. L’articolo, firmato dalla giornalista Eileen McNamara, appariva rivelatore:

La verità potrebbe non venire mai a galla, perché i documenti sono secretati”.

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Da lì in poi, il premio Oscar come miglior film del 2016 ricostruisce i 5 mesi di lavoro per rivelare i numerosi abusi sui minori perpetrati nel tempo da membri dell’arcidiocesi di Boston. Il giornalista Walter Robinson (Michael Keaton nel film) e i suoi redattori, Sacha Pfeiffer (Amy McAdams), Michael Rezendes (Mark Ruffalo), Ben Bradlee Jr (John Slattery) e Matt Carroll (Brian d’Arcy James) riescono così a dimostrare la colpevolezza della Chiesa nel coprire gli abusi e l’omertà delle istituzioni nella cattolica Boston.

Dopo 5 mesi di lavoro, il 6 gennaio 2002 uscirà il primo articolo di una lunga serie (alla fine saranno circa 600) con il titolo: “Church Allowed Abuse by Priests for Years”. In seguito furono centinaia le vittime che contattarono il giornale, scuotendo l’intera città. Il caso si spostò ben presto a livello globale svelando casi simili in tutto il mondo.

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EDITOR IN CHIEF Liev Schreiber nei panni di Baron, il miglior direttore di sempre?

Vescovo: -“Trovo che la città prosperi, quando le grandi istituzioni collaborano”

Direttore: -“Personalmente, credo che, affinché il giornale svolga al meglio le sue funzioni, debba schierarsi da solo.”

 

IL FILM | (potrebbe contenere tracce di spoiler)

Spotlight è essenzialmente un journalism drama, ovvero un film procedurale che privilegia la narrazione limpida dell’inchiesta senza mai scadere in un piatto resoconto. L’intera trama si snoda quindi attraverso tavoli di redazione, scrivanie disordinate e taccuini nella borsa, senza inutili estetismi. Accomunato a molti film dello stesso genere in stile anni ‘70, come Tutti Gli Uomini Del Presidente, Spotlight si differenzia da loro per la caratterizzazione dei personaggi e il compito salvifico della stampa nella società. Se i giornalisti sono stati raffigurati come parassiti, molestatori o servi piegati al potere in molte trasposizioni cinematografiche, allora questo è il film che ridà serietà al giornalismo in sé, come parte imprenscindibile della nostra società.

Non a caso,in una delle scene finali del film, il potere quasi mistico della carta stampata si palesa attraverso le rotative in azione, i giornali impilati e imballati e i furgoni che distribuiscono il giornale nel cuore della notte, come in Quarto potere. Attenzione, però, questo non significa che i giornalisti nel film diventano supereroi o star, conservano i loro pregi e difetti fino all’ultimo fotogramma. Il ruolo all’interno del film di Michael Keaton, già monumentale nei panni dell’ anti-supereroe di Birdman l’anno scorso e in Cronisti d’assalto nel 1994, è emblematico.

THE WIRE | (per la serie)

Gran parte del merito è del regista Tom McCarthy, attore poliedrico e già autore di diversi film inusuali (Station Agent, L’ Ospite Inatteso, The Cobbler) che è riuscito a convincere Hollywood a mettere da parte scene commuoventi e sensazionalistiche a favore di trasparenza e serietà. In molti lo hanno citato per il suo ruolo in TV da reporter nella quinta stagione della serie The Wire, e in questo aspetto si possono trovare numerose sfumature nella direzione di Spotlight. Perché questo film si allinea perfettamente al cinema quasi documentaristico di David Simon (oltre al già citato The Wire, ha realizzato Trème sull’ uragano Katrina, Generation Kill sui soldati Usa e Show Me A Hero sui projects di New York) e la sua idea  di giornalismo. In The Wire, McCarthy interpretava Scott Templeton,un giornalista ambizioso di fama che per riuscire a sfondare costruisce una serie di articoli falsi, in pieno stile Stephen Glass (L’inventore di Favole), fino a raggiungere il Premio Pulitzer. In tutto quel periodo trascorso a interpretare il cattivo giornalista sotto la regia di Simon (ex giornalista del Baltimore Sun), è stato un grande passo per la realizzazione di Spotlight. Il sesto episodio in particolare, intitolato l’ aspetto “Dickensiano”, era una critica al giornalismo che Templeton e il suo direttore editoriale cercavano di perseguire, fatto di cliché, privo di analisi,predeterminato e guidato più da uno storytelling sentimentale che dalla veridicità dei fatti.

Il primo parallelismo tra i due è la mancanza di personaggi principali e l’ambiente urbano come unica traccia: se The Wire era un romanzo corale sulla città di Baltimora dall’alto al basso, dai ghetti di periferia alle stanze del Comune, Spotlight offre uno spaccato di Boston e la sua cultura di matrice cattolica.

A caratterizzare tutto ciò sono gli slang locali (Mark Ruffalo eccellente in Spotlight) e la panoramica che si amplia di pari passo con la trama: Per Simon il focus si sposta dalla criminalità e dalla polizia fino alla politica; in Spotlight si muove dalla redazione del Boston Globe ai quartieri disagiati dove risiedono le vittime fino ad arrivare alle stanze degli avvocati corrotti altolocati.

Vediamo in uno schema altre similitudini:

  • La mancanza di sintesi: Simon prima di realizzare il suo masterpiece, aveva dedicato un anno intero a fianco delle pattuglie della polizia di Baltimora, idem per McCarthy all’interno della redazione del Globe. Nelle loro rispettive trasposizioni su pellicola calcano la mano su ogni passaggio: per loro questo rappresenta una necessità procedurale,ergo può apparire ad alcuni a tratti noioso.
  • I dialoghi caratterizzanti: le battute sono spesso sottili ma forti, di grande impatto: se vi ricordate degli sketch tra McNulty e Bunk, rimanete favorevolmente impressi da John Slattery, che dopo Mad Men si trova a suo agio anche come redattore nel film.
  • il pessimismo di fondo: The Wire aveva una chiusa che non prevedeva redenzione, nell’ultima puntata c’erano i giornalisti che avevano denunciato i falsi scoop di Templeton ed erano stati trasferiti in modo punitivo in altre redazioni fuori dallo Stato. La telecamera indugiava sulla scritta a caratteri cubitali all’interno della redazione: “As I look back over a misspent life, I find myself more and more convinced that I had more fun doing news reporting than in any other enterprise. It is really the life of kings.” H.L.Mencken(1880-1956)giornalista del Baltimore Sun. Spotlight invece si discosta leggermente,ma non ci sono finali a lieto fine o di grande impatto: nel finale rimangono i giornalisti esausti che prendono le varie chiamate da parte delle vittime e il sipario cala sui giornalisti che rimangono al loro posto a fare il solito lavoro; i titoli di coda si affacciano con gli sviluppi di queste inchieste, come un cazzotto sotto il muso. In tutto questo, David Simon (l’intervista completa qui) ha riconosciuto i meriti di Spotlight, elogiando a più riprese il suo “allievo”:

E’ veramente un gran film, ma per me è una specie di porno per giornalisti”.

Quello che si può dire è che senza David Simon forse Spotlight non avrebbe visto la luce. La pellicola, proiettata fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, è stata accolta con numerose recensioni positive e l’incoronazione come miglior film alla premiazione degli Oscar è meritata. Di certo rimarrà impresso a lungo per quanti cercano di praticare più o meno a fatica un lavoro così bello e inutile. Perché in fin dei conti, per citare Joseph Pulitzer, un giornale che è fedele al suo scopo si occupa non solo di come stanno le cose, ma di come dovrebbero essere.

Ed è meglio chiuderla qui.

 

Post scriptum |  a breve uscirà nelle sale El Club, di Pablo Larraìn, ingiustamente snobbato agli Oscar, che si focalizza sempre sulla Chiesa e sulle malefatte di alcuni preti pedofili nella costa cilena.

Marco de Laurentis
Marco de Laurentis

Classe ’92, abruzzese e (come avrete visto) amante del longform. Cinefilo incallito quando non scrive articoli, se non conoscete NBA, The Wire e Paul Thomas Anderson non siete suo amico.

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