• sabato 29 Febbraio 2020

CIAO CUZKO | Stefano, e le parole che restano

mmasciata
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Aprile15/ 2015

di Andrea Mammone *

Stefano Cuzzocrea. (fonte foto Facebook)

Si può lasciare questo mondo a trentanove anni? In molti risponderebbero in maniera affermativa, purtroppo, e pure ben prima di averli raggiunti. Per un lungo periodo ho pensato che a spegnersi come luci in una foresta fossero esclusivamente i padri, e gli anziani. Oggi, neo-quarantenne osservo alberi cadere intorno a me, senza alcuna forza per potersi rialzare. Sono quei momenti in cui inizi, per la prima volta, non a guardare indietro, ma a vivere il presente e percepire i limiti, tangibili, del futuro. L’ultimo a lasciarci è Stefano Cuzzocrea, un semi-emigrante che, come tanti, non era mai riuscito a lasciarsi dietro la Calabria, e soprattutto un fuoriclasse: critico musicale, dj, cantante, musicista, e giornalista con collaborazioni daCalabria Ora a Rolling Stone. Probabilmente uno dei più grandi talenti creativi della mia generazione, e spesso il più bravo. La prima volta che l’ho visto avevo, forse, quindici anni. Impossibile non notarlo. Pochi anni dopo tra Cosenza e il tirreno cosentino esplode il fenomeno delle posse e il rap. Pure io avevo i pantaloni larghi e indossavo voluminose scarpe da basket. Eppure il precursore era lui, Stefano. Cantava e inventava rime con Lugi e qualcun altro. E noi li a guardare, mentre lui diventava l’avanguardia hip hop calabrese negli anni in cui l’Italia spazzava via Craxi e la DC, la sinistra e la società civile trionfavano e il mondo sembrava nostro e pieno di speranze. Qualche decennio dopo quasi tutto uguale (a parte l’Italia ovviamente) ogni volta che lui parlava stavo in silenzio con l’imbarazzo di dire banalità, mentre Stefano i silenzi non sapeva cosa fossero. Ignoravo le band che citava, ammiravo un uso delle parole che non conosceva errori e legava mondi vicini a galassie lontane. Fiumi di parole che restano nei suoi tanti articoli. Una capacità,  fuori dal comune, istrionica, di scrivere e di raccontare la musica attraverso aneddoti oppure con gli occhi di un osservatore della politica e della società. Mondi appunto, che s’intersecano, e un poeta dotato di sensibilità e intelligenza sopraffina, e nessun altro, può descriverli. Il rammarico di non aver mai insistito troppo per scrivere un libro. L’ultima volta che l’ho visto a Roma non ne avevo il coraggio. Disse che dalla stanza di ospedale si vedeva la facoltà di giurisprudenza, da dove era partito, e si stava abituando a guardarla “dall’alto”. Io, e penso molti altri presenti, forse non avremmo avuto alcuna forza. Lui no, un maestro fino alla fine, per etica, cuore, ragione e passione. Nel momento più buio, da qualche anno a questa parte, riusciva, accompagnato da qualche angelo custode terreno, a trasmettere una voglia di vivere che avrebbe riempito un continente intero. Eppure quando a spegnersi sono pure quelli a metà del cammino bisogna porsi delle domande. Com’è possibile ammalarsi di tumore senza vere industrie, senza apparente inquinamento? Sembra che tra i 30 e i 34 anni ci sia a Paola una delle più alte percentuale di malati in Italia. Se i dati sono reali, dove sono i registri tumori e qual è la prevenzione? Stefano lascia una raccolta di racconti musicali che è il suo blog (e potrebbero magari essere inclusi in un volume). Grazie al quale ho apprezzato Brunori (che non ascoltavo per stupida antipatia giovanile). Il potere delle parole. Le parole di Stefano. Sono giorni di lacrime. L’unico modo che trovo per rendergli omaggio, e affrontare la tristezza, è scrivere. Sperando che da lassù lui metta i dischi facendo sorridere pure le stelle.

* docente  di storia contemporanea alla Royal Halloway University of London

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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