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Per chi suona Palazzo Campanella

admin
Settembre28/ 2012

palazzo campanella

di S. Alfredo Sprovieri

Se a Roma c’è er Batman, in Calabria abbiamo Joker, il Pinguino, Due Facce e Catwoman. Partiamo da un presupposto: anche se le recepiamo come tali, a Reggio Calabria non succedono mai cose normali. Prendiamo ad esempio tre furti particolari avvenuti in città. Borse, telefonini e computer portatile sottratti dalle auto in sosta di un procuratore, di una dirigente comunale e di un giornalista. Si tratta del procuratore Di Landro, della scomparsa Orsola Fallara e, ultimo in ordine di tempo, del cronista del Quotidiano Michele Inserra.

Il caso Fallara, una roba immensa. Era una specie di dio in terra (settore finanza e tributi) nominato da un dio in cielo (l’ex sindaco oggi governatore Giuseppe Scopelliti). Da consulente esterna ha coperto un mega buco di bilancio di centinaia di milioni di euro autoliquidandosi assegni per centinaia di migliaia di euro. Quando la cosa è arrivata all’urbe e all’orbe ha convocato una conferenza stampa per annunciare le dimissioni, ma proprio mentre parlava ignoti hanno sottratto dalla sua autovettura, parcheggiata in una giornata affollatissima davanti alla casa municipale, i cellulari di servizio e i documenti inerenti alla conferenza stessa. Poche ore dopo ha telefonato ai carabinieri da un altro telefonino ma dalla stessa macchina ancora col finestrino rotto. Li informava del fatto che si trovava su una banchina del porto e che voleva farla finita. L’hanno trovata agonizzante, aveva ingerito una grossa quantità di acido muriatico. Morì nonostante due operazioni, nessuna autopsia e funerali cittadini 24 ore dopo.

Il procuratore capo Salvatore Di Landro ne ha subite parecchie prima del furto di un borsone. Dal portone di casa ai bazooka davanti alla procura, fino alle ruote dell’auto manomesse nella tranquillità del garage del palazzo di giustizia. Quel borsone sottratto quest’estate è però il top, rubato dalla macchina dei carabinieri che lo ha scortavano in spiaggia. Non proprio roba da ladri di polli. Proprio dopo la bomba che gli distrusse il portone di casa il Quotidiano della Calabria indisse una grande manifestazione di piazza a Reggio Calabria. Noi rispondemmo insieme a moltissimi giovani, quel giorno portavamo uno striscione che per tutto il meraviglioso Corso Garibaldi (un posto dove anche le pietre, per poter stare lì, pagano l’obolo ai clan) diceva alla folla che “La ’ndrangheta è una merda”. Abbiamo gridato senza ipocrisie che la mafia quel giorno sfilava con noi vestita da politica, ma non per questo era come noi.

Due anni esatti esatti da un messaggio di speranza molto importante, e ora in quella città a un piccolissimo passo dal commissariamento per infiltrazioni mafiose rubano dall’auto del caposervizio cittadino del Quotidiano la borsa coi documenti e il pc portatile che conteneva i dati di un’inchiesta su ‘ndrangheta e area grigia.

Ma questi sono capitoli di una spy story che a nessuno interessa di raccontare. La copertura mediatica fuori regione è praticamente nulla, visto che anche SkyTG24 ha deciso di non rinnovare il contratto al corrispondente dalla Calabria, e qui siamo assuefatti ad un certo titpo di notizie. Non si può invece farla passare come semplice cronaca, quella di questi terribili mesi che sta passando la Calabria. Diciamo Calabria perché il modello di governo che è stato applicato nella città dello Stretto è stato assurto a modello di riscatto per la nostra terra nelle ultime elezioni regionali. Da quella data tre consiglieri regionali sono stati arrestati con accuse gravissime, che in due casi hanno parecchio a che fare con la ’ndrangheta. Ma non si tratta di prendersela con il governo Scopelliti più di quello precedente di Loiero: a rischio di apparire populisti bisogna trovare il coraggio di dire in modo netto che è il modello regionalista calabrese ad aver fallito e a rischiare di vederci presto falliti.

Non si può continuare a ricoprire di vergogna un intero popolo promettendogli riscatto e nascondendo prebende. Qualche esempio fresco fresco? Gruppi consiliari formati da due tre persone riescono a spendere 4 milioni e mezzo di euro in un anno (2011) con le più fantasiose trovate mentre l’Aula legifera al punto che il confronto con qualsiasi consiglio di condominio rischierebbe di ridicolizzarla. Proprio il buon Agazio per le sue spese da ex della politica (ha annunciato da tempo di aver appeso il loden al chiodo) ha percepito quale unico rappresentante del gruppo “Autonomia e diritti” ben 335mila euro, di cui addirittura 212mila di riepilogo trattenute collaboratori. Tutto questo senza calcolare i singoli stipendi da consiglieri con relativi vitalizi, che proprio schifo non fanno.

Si fa per dire.

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