• martedì 29 Settembre 2020

L’antico modello Niente

admin
Novembre16/ 2012

arintha

di S. Alfredo Sprovieri

Se la Calabria perde anche l’esempio di Rende, cosa le resta? Parliamoci chiaro, al di là di poche piccole eccezioni, il nulla. Rende ai miei occhi lontani da questa terra sempre simboleggiava quel cartello messo sulla vecchia cassetta delle poste con la scritta “funziona”. A differenza del Modello Reggio, matassa dei fumi di una cosmesi elettorale fin troppo chiara a chiunque abbia provato a vivere sulle meravigliose sponde dello Stretto, quello Rende esiste davvero. Nel 1962, fu il primo Comune calabrese a dotarsi di un piano regolatore. Un documento che puntava sulla qualità degli edifici e sul verde pubblico che è ancora oggi una pietra miliare per gli studi urbanistici. Il sindaco era Cecchino Principe. L’ho incontrato poche volte e al di là dei convenevoli non sono riuscito ad andare. Il figlio Sandro l’ho conosciuto meglio quando sono tornato, la prima volta parlammo a lungo d’arte – era assessore regionale alla Cultura –  ma più in avanti mi spiegò l’idea di Rende che difese come sindaco. “Una città senza divieti di sosta, senza strisce blu, un posto dove si vive e nessuno è di passaggio”. Ha avuto molte visualizzazioni il video che ha immortalato il suo arrivo l’altro giorno all’Unical, per la visita di Bersani (qui). Si ferma a discutere con i ragazzi di Mm con la sua fantomatica simpatia e ragiona con loro come un uomo deluso dalla politica che ha succeduto i suoi anni ruggenti.

Tornai ad occuparmi stabilmente di Rende per il mio giornale, avevo deciso di rimanere. Seguivo i consigli comunali e i balletti di rimpasto in giunta, Sandro era stato defenestrato alla Regione e cercava vendette nel suo territorio. In quel periodo di giganti non ne ho visto, anzi. Scrivevo delle contraddizioni che vedevo e che non lo si poteva accettare da un posto come Rende. Durò poco, mi diedero presto un nuovo incarico, dicevano migliore. Varata la nuova giunta andai nel castello Mormanno del centro storico a stringere la mano al capitano di quella nave. Augurai buona fortuna all’avvocato Umberto Bernaudo, secondo me da quel punto in avanti ne avrebbe avuto molto bisogno, ma l’arresto di ieri con l’accusa di voto di scambio intriso di mafia, ci dice che non ne ha avuta. 

Non so che uso ne fanno, oggi, di quel bellissimo castello e del suo suggestivo pozzo, il Comune l’hanno spostato a valle, nel centro di una futuristica area residenziale e commerciale. In questi anni un sacco di notizie di cronaca su Rende, unite alla palese cementificazione selvaggia, avrebbero dovuto turbare l’opinione pubblica, ma non l’hanno fatto. Ora una commissione imposta dal ministero ci dirà se anche il Comune che ospita l’Università della Calabria è stato infiltrato dalla ’ndrangheta. Non c’è mai fine al Reggio, potremo dire in quel caso. Intanto che verifichiamo quanto la vicenda fatichi sotto il punto di vista politico ad investire la Provincia di Cosenza (Bernaudo e Ruffolo, arrestati ieri, erano sì numero uno e numero due della passata giunta d’oltrecampagnano alll’epoca dei fatti contestati, ma sono a tutt’oggi consiglieri provinciali in carica), torniamo a Rende. Non so se conoscete la leggenda su cui si fonda, io così l’ho imparata di primavera, nel profondo di due occhi celesti:

In Grecia c’era un regno bellissimo di nome Arcadia. A regnare su tutte le cose era un uomo chiamato Licaone. Aveva cinquanta figli e due figlie. Sulla sua reputazione c’erano voci discordanti; c’era chi lo riteneva un uomo buono e saggio, chi invece raccontava della sua smisurata cattiveria. Il dio Zeus decise di farsi invitare a pranzo sotto mentite spoglie per verificare di persona e quando scoprì che alla sua tavola era servita anche carne umana. Inorridito, lanciò fulmini e una maledizione su quella stirpe. Una delle maledizioni più famose di tutti i tempi, quella degli uomini lupo. Sarà ricordata licantropia proprio per il nome del re dal doppio volto, che intanto lasciò il regno ai suoi figli. Alcuni di loro, adirati perché la loro parte era troppo piccola, sbarcarono in Magna Grecia, alla ricerca di nuovo territori da conquistare.

Uomini di giorni e lupi di notte, dopo mille avventure sbarcarono in una vallata che li sorprese per la straordinaria bellezza, e lì si stabilirono. Per quel posto scelsero il nome della sorella più bella, Arintha. Successe però che questa ragazza dalle sembianze di una dea, dopo poco tempo passato nel posto chiamato come lei si accorse che la sua bellezza sfioriva velocemente, fino a quando, misteriosamente, un giorno morì.

Di lei non rimase che il niente.

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