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MAREA CU SAREA | Tre rose per le schiave

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Dicembre04/ 2012

Marea cu sarea è un’espressione in lingua rumena che indica chi con il sale in mano ti promette il mare. Sta diventando un modo sempre più comune per indicare gli italiani che in Romania offrono lavoro nel nostro paese. Nelle insicure strade della morte che attraversano questa provincia dell’impero un po’ di tempo fa abbiamo raccontato quando otto ciclisti lametini finirono falcidiati da un ragazzo di origini marocchine sulla strada per Amantea. In quel frangente la città e buona parte dell’Italia, sconvolte, riversarono il loro dolore in memorabili funerali nel gremito stadio cittadino. Oggi le sei bare di lavoratori rumeni travolti sabato scorso da un treno nei pressi di Rossano fanno ritorno in patria accompagnate dal silenzio. E’ un parallelo che dovrebbe far riflettere.

rossano
Tre rose deposte sul luogo della tragedia, nel Comune di Rossano

Questo perché, al di là dei meriti della nobile comunità bizantina, che ha proclamato un giorno di lutto cittadino e ha pensato ad una messa nel duomo, restano impresse nelle pupille del Paese le immagini della rissa da beccamorti lungo i binari del dolore. Troppo poco è stato fatto per rimuoverle, non basta lo sforzo delle istituzioni per pagare ogni spesa a queste famiglie, non basta aver strappato le licenze a chi ha offeso quei corpi senza vita. Badiamo, è tutto anche un problema di narrazione. Ogni essere umano è fatto dalla sua storia e dal nome che porta. Se non conosci entrambi, non puoi conoscere quell’uomo. Fatta eccezione di pochi buoni esempi locali, i media di questa vicenda se ne sono visti bene di perdere tempo a ricostruire nomi e storie di questi disgraziati. Nulla è stato raccontato di chi, da numero, come invisibile, è stato in un lampo spazzato via dal treno in corsa dell’indifferenza.

Marinela, Ionela, Cristina, Dumitru, Aurelian e Georgel. Questi i loro nomi, le loro storie sono tremende come tutte quelle di chi inseguendo un sogno ha abbracciato un incubo. Alla tv rumena, che ha dato ampio risalto a questa tragedia, i colleghi e i parenti dei sei lavoratori uccisi nell’incidente hanno parlato di turni per la raccolta delle clementine di 12 ore al corrispettivo di 8 euro al giorno per gli uomini, mentre per le donne in quanto tali persino compensi inferiori. L’informazione ci dice che la dignità umana era stata strappata via da quei corpi molto prima dell’impatto col treno. Il cancello del terreno privato attraversato dai binari era chiuso con un lucchetto ed è stato aperto con le chiavi. I lavoratori avevano questa chiave e significa che qualcuno gliel’ha fornite sapendo di esporli ad un pericolo mortale. Secondo le indagini infatti, l’attraversamento dei binari per accorciare i tempi per raggiungere le abitazioni in cui erano ospitati sarebbe stata una pratica consueta per i braccianti. Lo facevano da anni sapendo il pericolo che comportava, ma dopo quei turni massacranti pur di tornare a casa qualche minuto prima ogni sera erano disposti ad attraversare la linea che divide la vita dalla morte.

In tutto questo è in atto un processo molto meno automatico di quello che pensiamo. A meno di casi in cui servono tutele particolari, quando in un articolo di cronaca non compaiono le generalità delle vittime c’è un nutrito gruppo di professionisti che non ha fatto fino in fondo il suo lavoro di prassi. Il cronista, il redattore, il caposervizio, il caporedattore, il direttore. Tutti uniti alle autorità intervenute sul posto e ai lettori che non se ne dolgono, che hanno deciso che al posto di un nome e di una storia finita nel nostro Paese o nelle turbolente acque che lo precedono potessero starci le parole immigrato o clandestino. Anche quando si parla della loro provenienza, dicendo “un guatemaco” “un giapponese” o un “cosacco”, come nelle barzellette, si passa il messaggio asettico al lettore, gli si dice che è morto l’altro, così che non se ne preoccupi troppo. Non è tanto un discorso di razzismo, non solo quantomeno. Se la schiavitù o la sicurezza stradale sul nostro territorio riguarda altri, non riguarda noi e quindi non esiste ai nostri occhi. Siamo capaci di indignarci e organizzare marce chilometriche se veniamo a sapere delle condizioni di sfruttamento nella parte più remota del globo, inviamo soldi con un tasto del telefonino credendo di alleviare la sofferenza che si annida agli antipodi del nostro sistema solare, ma finiamo per non accorgerci di cosa avviene nelle nostre campagne, nei nostri fiumi, nei nostri mari.

Nessuno ce lo racconta, in modo che nessuno di noi possa scoprire se nel pugno chiuso stringe il mare o il sale.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Nel 2002 ha fondato "Mmasciata". Poi un po' di tv e molta carta stampata. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto il libro inchiesta: "Joca, il Che dimenticato".

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