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A Carnevale ogni voto vale

admin
Gennaio16/ 2013

vespa fucile ok

di S. Alfredo Sprovieri

Non ne posso più. La campagna elettorale per le elezioni politiche dovrebbe essere una sorta di habitat naturale per uno che nell’ansia di veder cambiare le cose ha investito i primi 30 anni della sua vita in politica e giornalismo, ma già non vedo l’ora che passino questi 40 giorni che mancano al voto. La prima parte della campagna, conclusasi con l’ammissione di 215 simboli elettoriali, è stata poco più di una dozzinale sit-com. Ce ne stanno di pazzeschi fra gli ammessi alla competizione (e ai rimborsi), fra i quali molti movimenti indipendisti al Meridione. Si differenziano con quello del Nord dal fatto che qui nessuno li vota. Poi c’è quello che si chiama, lo giuro, “Rinascita italiana Giovanni dalle bande nere”. Non vanno dimenticati i vari “Forza Roma”, “Bunga Bunga” e “Partito Pirata” mentre è difficile non sorridere vedendo la lista “Recupero maltolto” inserita vicino alle due del Nuovo Psi e chiedendosi quanti voti sperano di ottenere le liste “Astensione”. C’è persino un partito che si chiama come un film di Verdone ed è guidato da La Russa, insuperabile. Del resto, giova ricordarlo, si vota la settimana dopo Carnevale.

Comunque sia, complice il freddo, i comizi si stanno estinguendo e come nelle migliori profezie di fantascienza tutto si riduce nell’occupare spazi virtuali della vita dei cittadini. Infatti, questa settimana Berlusconi sarà a Ruzzle. Sfiderà milioni di italiani nel gioco cult per cellulari inanellando le parole che gli stessi vorranno sentire. La stessa tecnica da 20 anni, evidentemente funziona.

Confortato dai dati in materia, non penso che sia la Tv o la Rete a determinare le convinzioni degli elettori. E’ sempre la gente che genera i cambiamenti, anche se ormai queste scatolette sono i maggiori portatori insani di messaggi politici è nella vita di tutti i giorni che decidiamo, che influenziamo (con meccanismi che ci vedono sempre più come clienti) la campagna elettorale portandola ad enfatizzare i temi che ci interessano di più.

Quindi se da diverse stagioni la politica non parla più di politica è anche perché della vita pubblica ci interessiamo sempre meno, la riteniamo noiosa.

In tutto questo il giornalismo è ormai limitato al ruolo di comparsa, al massimo di spalla. Per una lunghissima stagione nessuno ha mosso il dito che ora puntano verso gli scontri catodici del Cavaliere. Non un caso che se la siano cavata meglio bellocci conduttori come Giletti e la D’Amico e che le truppe cammellate del giornalismo – soprattutto quelle nemiche che promuovendo servizi pubblici e rivoluzioni civili si sono dimostrate, come in ogni fumetto che si rispetti, a lui complementari – siano uscite di nuovo umiliate. Non è un caso perché sono i due più abituati a recitare una parte, che è quella di compiacere il pubblico, che allo stremo delle forze vuole che si torturi un po’ chi ha governato in 8 degli ultimi 10 anni. Questo mentre nessuno si accorge che le autorità hanno tirato per la giacchetta il professor Monti per la sua sovraesposizione mediatica e che le domande che di solito pongono a Bersani non sono certo da Pulitzer. La verità, in questo pazzo regime sondaggistico, è che sta cambiando solo il padrone.

Il giornalismo è morto insieme al rock and roll, sarà stato il 1976 o giù di lì. Certo con loro non è morta la musica e nemmeno l’informazione, ma in virtù di questi lutti siamo destinati a leggere e ad ascoltare qualche buona replica e tante stronzate.

In nessun paese del mondo riuscirebbero a classificare giornalisticamente Porta a Porta, un programma che riempie le poltrone con il manuale Cencelli in mano anche nella puntata dedicata alle protesi mammarie, ma in Italia è ancora il talk che domina l’approfondimento politico della tv pubblica. In un Italia dove il giornalismo resta sempre il cane da salotto della democrazia potrebbe mai aiutare il rinnovamento delle idee e dei linguaggi chi annunciava al tg del rapimento Moro?

Grane dalle quali si smarca il Movimento cinque stelle, che in tv non ci va e che, obiettivamente, rappresenta la più grande novità di questa tornata. Di Grillo e delle sue schiere Mm si occupa con curiosità da tempo, abbiamo quasi intervistato il quasi non intervistabile leader barbuto nel giugno del 2011, facendo notare subito le contraddizioni fra le buone pratiche del militantismo e l’evanescenza del personaggio portavoce. Chi scrive ha cercato di andare oltre, e dopo una buona dose di esperienza sul campo ho capito il problema di fondo. Tutte le pratiche del M5S rispetto al potere sono orientate al normale, mentre la politica è nata per il meglio e ogni volta che nel nostro Paese qualcuno ha promesso potere al cittadino medio è stato per mettersi disastrosamente alla sua testa.

In questo pessimo quadro delle cose, l’unica battaglia che possiamo sentirci in dovere di ingaggiare è quella per il voto. L’abbiamo imparato dalle vergognose primarie parlamentari del Partito democratico e di Sinistra ecologia e libertà in Calabria. La bella figura della sfida primaria per il candidato premier è stata vanificata al momento dei poteri locali. Liste piene di impresentabili o di sconosciuti imposti da Roma e regole nei seggi quantomeno poco attente. Eppure qualche buon nome, qualche minuscola eccezione, c’era. Nulla ha potuto però contro la bassissima affluenza. Proprio come in questo caso, se tutte le persone oneste che vogliono un cambiamento disertassero le urne anche alle Politiche del 24 febbraio avrebbero esattamente il risultato che tanto combattono: i parenti e i lacchè dei soliti che indisturbati decidono della vita di tutti.  

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