• sabato 25 Gennaio 2020

GLI SCONTRI | Quella pedata è distrazione di massa

adminwp
Aprile14/ 2014

scontri

di S. Alfredo Sprovieri twitter

Ci fregano sempre. L’Italia al bar (spesso virtuale), ormai annoiata da un campionato di calcio scontato, di lunedì mattina si divide dopo gli ennesimi scontri di piazza. Le violenze rimbalzate in tv attirano l’attenzione e scatenano reazioni contrastanti nel pubblico. Pochi di loro sanno qualcosa dei motivi della manifestazione. Del resto quanti servizi televisivi d’approfondimento hanno preceduto o seguito la doverosa cronaca con il video con l’assurda pedata alla ragazza a terra? Chi ha provato a capire, a fare domande, a cercare soluzioni sul perché in questo paese in profonda crisi nessuno ha fermato la colata di cemento sul territorio lasciando che nelle città italiane ci siano, senza tema di smentita, troppe case senza gente e troppa gente senza case?

Il poliziotto che manganella o il ragazzo incappucciato che lancia una pietra sono come un piccolo scandaloso tatuaggio sul braccio di chi indica la luna. Focalizzare con ossessione il dibattito su quel dettaglio significa voler creare un diversivo, un elemento di distrazione per le masse. E’ una trappola in cui cadono tutti i media, nessuno escluso. Persino Mmasciata.it, visto che i suoi articoli più visti sono quelli che documentano in esclusiva scontri fra manifestanti e forze dell’ordine. E’ una trappola che funziona sempre, come è da tempo dimostrato da postulati di studiosi come Noam Chomsky. Chi scrive non ha e non vuole avere la robustezza di quegli studi che vanno nella direzione dei grandi complotti di massa, crede più semplicemente che certe cose accadono perché non si fa nulla per evitare che accadano. Tante manifestazioni viste e vissute come quella di sabato a Roma. Migliaia di persone pacifiche provano a lanciare un messaggio per ore, poi in cinque minuti decine di incappucciati passano alla testa del corteo facendo qualcosa di stupido che dia il là alle cariche indiscriminate delle forze dell’ordine. Va sempre così.

Anche queste ore dimostrano che nessun tipo di organo di informazione sembra volersi liberare da questa morsa, forse perché sempre più piegato alla dittatura dei numeri; che siano clic da tastiera o copie in edicola, la tenaglia si fa sentire in modo sempre più deciso da quando – alla luce di scandalosi e decennali sprechi – la privatizzazione dell’informazione sembra essere diventata una strada senza alternative ne uscite. Così i nuovi media sembrano aver abdicato ad un ruolo storico, rinunciando a offrire chiavi di lettura sulla realtà sempre più complicata che tentano di raccontare in modo compulsivo. Quanto sarebbe servito ad attenuare le trappole della crisi di questi giorni, ad esempio, mettere al centro dell’agenda politica i temi rivendicati dall’oceanico Global Forum di Genova 2001. Tutto è stato spazzato via dalla potenza mediatica del cadavere di Carlo, dai fatti della Diaz, dai misteri di Bolzaneto.

Dannato sia chi ha ragione quando il suo governo ha torto. Quello che sta succedendo in molte piazze del mondo ormai da anni è ingabbiato nella stessa trappola di distrazione di massa e rischia di essere molto pericoloso per la democrazia. Nessuno è più capace di impedirci di vedere cosa sta succedendo dal Venezuela fino alla Crimea, ma allo stesso tempo nessuno è in grado di farci capire davvero cosa stia succedendo in quelle piazze.

Come è fievole la voce dei grandi inviati del passato, delle testimonianze che diventano coscienza collettiva.

Che nell’indisturbato avanzare di tecniche primordiali e modernissime di controllo sociale non siano previsti ostacoli, va da sé. Il pubblico dev’essere sempre più distratto con un diluvio di informazioni insignificanti, non deve pensare criticamente ai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, spesso capaci di arrivare a creare un problema per stimolare nel pubblico il bisogno della soluzione che avevano già preventivato di sottoporgli. Ad esempio lasciare che dilaghi o che si intensifichi la violenza o l’immondizia per le strade con lo scopo che un pubblico sempre più imbarbarito da tagli lineari alla cultura e all’istruzione richieda direttamente o accetti di buon grado leggi emergenziali e politiche a discapito della libertà e della salute; o anche lasciar agire una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

Queste sono cose possono che possono benissimo accadere in silenzio se in mezzo non si pone un sistema di libera stampa (e non una stampa in libertà) o quantomeno un insieme di testimonianze da voci forti e coraggiose come quella di Vittorio Arrigoni, ucciso a Gaza il 15 aprile di tre anni perché le polemiche sulla sua morte coprissero le verità della sua vita.

“Restiamo umani”.

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