• venerdì 29 Maggio 2020

¡Sanidad (publica) o muerte!

marco panettieri
marco panettieri
Marzo27/ 2020

Alle 20, ogni giorno, tutti alle finestre per applaudire gli sforzi immani del personale sanitario. In Spagna siamo a questa puntata della serie tv, come successe in Italia agli inizi, così anche la popolazione spagnola ha scelto per animare chi prova a frenare la pandemia a costo della propria stessa salute.

Da ragazzo, le sirene delle ambulanze non credo di averle mai sentite. Non le sentivo nel quartiere popolare di Cosenza dove stavo il giorno, non le sentivo la sera nel paesino dormitorio dove abitavo. Probabilmente nel quartiere le ambulanze entravano senza bisogno di sirene, non c’era mica traffico. Idem nel paesino. Nemmeno quando mi ero spaccato la testa sbattendo sullo spigolo di un marciapiede provando a impennare con la bici a 14 anni avevo sentito la sirena. Un po’ perché ero mezzo svenuto, un po’ perché mi aveva portato in ospedale mia mamma con la sua 126 scassata, con mia zia che sventolava un fazzoletto bianco e suonava il clacson nel traffico (o era lei che guidava?). Di certo mi ricordo che la nostra sirena era un tir che si era reso conto della situazione e aggiungeva decibels al clacson spompato della 126.

Ricordo che ci feci caso per la prima volta a Praga, in gita col liceo. Sotto l’hotel passavano ambulanze e facevano un casino assurdo, un suono diverso da quelle italiane, o almeno credo.

Quando a 25 anni sono andato via di casa, ho iniziato a sentire le sirene ogni giorno. Città più grandi, traffico più intenso, più ambulanze. Poi però ti abitui, fanno parte del paesaggio urbano. Dopo tutto una sirena è autoctona, i pappagalli tropicali che gracchiano tutto il giorno meno.
Da qualche giorno però, a Madrid invece che il chiasso spagnolo regna il silenzio, niente traffico, niente bar, niente ressa. Si sentono le gazze, i pappagalli, qualche rondine e mai mi sarei sognato di sentire il canto degli uccelli a Madrid. Interrotto solo da ambulanze. Una ogni 5 minuti. 3400 morti. Silenzio, uccelli, sirene e applausi al personale sanitario alle 20. Terza settimana così. E chissà quanto manca.

Vivo in un quartiere di Madrid nel quale la maggioranza dei nostri vicini ha votato per il PP e per VOX, perciò proviamo a bilanciare questi applausi urlando ¡Que viva la sanidad publica! inneggiando a più fondi per la ricerca (chiaro esempio di conflitto di interesse personale, perché è quello che faccio nella vita). Riassumendo: VOX vede ogni tassa come fumo negli occhi e il PP ha per anni tagliato i fondi alla sanità in favore di opere di dubbia utilità, come per esempio un campo da golf in pieno centro di Madrid. 

Ma il virus non ha colore politico e in questi giorni sta colpendo a destra e a sinistra ovviamente, senza distinzioni. I primi a cadere sono stati i due leader di VOX, Ortega Smith si è contagiato durante un viaggio a Milano e durante il congresso del partito ha contagiato anche Santiago Abascal (e chissá quanti altri militanti). I due Rambo hanno lanciato proclami battaglieri contro il virus, il primo è un ex militare che ama sparare con fucili da guerra proibiti ai civili, il secondo si vanta di girare sempre con la sua Smith & Wesson, ma i proiettili non gli serviranno in questa battaglia. Abascal ha annunciato di aver sconfitto il coronavirus in una settimana ed è già fuori dalla quarantena, in barba ai decreti ministeriali.

Per par condicio virale, a sinistra sono risultate positive anche la moglie di Pedro Sanchez e tre ministre, fra le quali Irene Montero (che è anche la moglie del vicepresidente Pablo Iglesias), presumibilmente contagiate durante la grande manifestazione dell’8 marzo. Preoccupa la vicepresidenta Carmen Calvo

Fernando Simón, l’imperturbabile responsabile della protezione civile, dall’aria stralunata e dalla voce mite, è positivo al Covid-19. Ogni mattina snocciola dati, spiega le misure da adottare e anima gli spagnoli a continuare la lotta. Si pensava fosse solo stress, e invece. Molto stress sta accumulando il premier Pedro Sanchez; oltre alla crisi, deve gestire la positivitá di sua moglie, di sua madre e di suo suocero. Dovrebbe stare in quarantena, ma anche Simón gli ha dato via libera vista la situazione, le conferenze stampa le fa da solo, le domande dei giornalisti gli arrivano via Whatsapp.

Tuttavia, il caso piú emblematico è la positivitá di Esperanza Aguirre. Ex ministra, ex presidente del senato e soprattutto ex governatrice della Regione di Madrid, la Aguirre era una delle papabili alla successione del ex capo di governo Mariano Rajoy, ma gli immancabili scandali di corruzione (vedi campo da golf) e una fuga da un posto di blocco che scatenò un inseguimento in piena Madrid degno di un film hollywoodiano fermarono la sua carriera. La Aguirre è stata una paladina della sanità privata e dei tagli alla spesa pubblica, arrivò addirittura a cercare lo scontro fisico provocando il personale sanitario che protestava contro le sue politiche.

Appena saputo della positività, lei e suo marito sono stati ricoverati in un ospedale di Madrid, ovviamente pubblico. Poi sono guariti in pochi giorni. In maniera assurda, invece, la vicepresidente Carmen Calvo, paladina della sanità pubblica, è invece ricoverata in un centro convenzionato: qui ai dipendenti statali si affibbia per decreto un’assicurazione sanitaria complementare, eredità dei governi del PP.

La situazione è gravissima e a qualcosa dovremo pure appigliarci, quindi la speranza è che gli applausi ai sanitari si tramutino in una più grande consapevolezza di quanto sia importante spendere nella sanità pubblica, pianificare e promuovere la ricerca. In molti qui in Spagna ci auguriamo che il coronavirus sia un piede di porco per cambiare il modello di sviluppo e sembrerebbe che non siamo gli unici, come confermano segnali sempre più forti provenienti dalla BCE e dal suo vice presidente Luis de Guindos, ex ministro all’Economia dell’ala ultraliberista del PP.

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nella foto di copertina: Due operatori sanitari si abbracciano al di fuori del Pronto Soccorso del Severo Ochoa Hospital a Leganes, in Spagna.(Reuters – Susanna Vera)

marco panettieri
marco panettieri

Il nome lo eredità da Tardelli, non il fiato. Cervello in fuga in attesa di nuova ricollocazione geografica. Scrive in italiano perché non vuole dimenticare la sua seconda lingua nativa. Al dialetto ci pensano i parenti.

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