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CHARLIE HEBDO | La mia Parigi morirà senza felafel in mano

marco panettieri
marco panettieri
Gennaio08/ 2015

di Marco Panettieri

Foto scattata a Les Marais, il quartiere di Parigi sconvolto dall'attentato di ieri.
Foto scattata a Les Marais, il quartiere di Parigi sconvolto dall’attentato di ieri.

Ricordo la mia prima uscita di cazzeggio per le strade di Parigi, con Adriana e Jamyl, due parisiennes DOC. Poco importa che lui sia di origine berbere e lei uruguayane. Ci conoscemmo a Siviglia, in un bar, mentre sul maxischermo si giocava Italia-Uruguay. Fiumi di Cruzcampo suggellarono la nostra amicizia, nonostante Suarez e Chiellini. Pochi giorni dopo mi sarei trasferito in Francia. Da subito i miei amici mi consigliarono vari locali nella zona di Le Marais per bere qualcosa. Il mio preferito è a pochi metri dalla sede di Charlie Hebdo. Quando mi raggiunse mia sorella, passeggiammo molto per quelle stradine. Lei, fan sfegatata di Pennac, era alla ricerca di quell’ambiente multiculturale e proletario che aveva scoperto nei libri. Se per la multiculturalità non è cambiato molto, la zona sulla rive droit della Senna invece ora è in pieno boom economico. Jamyl si riteneva fortunato ad aver stipulato un contratto d’affitto a lungo termine, i prezzi sono in costante aumento e Le Marais è una delle zone più cool della movida parigina.

Da ricercatore nomade ho avuto troppo poco tempo per comprendere appieno le dinamiche di una città che sembra piccola o enorme a seconda del punto di vista. Casa poco fuori Versailles, troppo lontano dal centro per poter comprendere la Ville Lumière, troppo lontano dalle Banlieue per comprendere il disagio degli ultimi.

Spostarsi a Parigi è estremamente facile, la mia guida suggeriva un locale Kosher in zona per i suoi buonissimi felafel. Con grande sorpresa, trovai tanti ragazzi arabi in fila, con i due titolari ebrei che ridevano e scherzavano con ogni avventore. La mia coinquilina libanese era risentita per questo, difendeva le origini arabe dei felafel, ma ammetteva che andava spesso a mangiarli da loro. Rasha si definisce musulmana, ma dopo averci parlato 5 minuti capisci perché il Libano è considerato la Svizzera del Medioriente. Abituata allo shopping compulsivo, ai vestiti appariscenti e innamorata della sua terra, viveva il suo dottorato in Francia con un’enorme nostalgia. Aveva studiato in un’università cristiana in lingua francese e non vedeva l’ora di tornare a casa per scartare i suoi regali a Natale. Spesso ci si confrontava, le coinquiline arabe mi prendevano in giro per le mie birre (il coinquilino francese era astemio e la coinquilina vietnamita beveva solo nel weekend), ma le paure erano spesso comuni. Rasha detestava Hezbollah fino a qualche mese prima, ma ora apprezzava la fiera resistenza che stavano conducendo al confine contro lo Stato Islamico. Era preoccupata soprattutto del futuro della multiculturalità del Libano, che è un coacervo di diverse religioni. Halima era la più religiosa del gruppo, ma era contenta della vittoria del partito laico Nidaa Tounes alle ultime elezioni in Tunisia. Diceva che la religione non deve andare di pari passo con la politica, e Allah non fa errori, non incita alla violenza, quelle sono tutte decisioni degli uomini. A fine agosto una grande cena per la fine del Ramadan e una lunga discussione fra un ragazzo Algerino e una ragazza francese di terza generazione ma che si descriveva algerina. Lui, sorseggiando una doppio malto, criticava lo chador che indossava lei, diceva che erano molto più integralisti gli algerini di Francia che quelli della madrepatria e che dovrebbero visitare più spesso l’Algeria per capire che le cose stanno cambiando. Lei, che prima di venire a vivere a Parigi era uscita dalla banlieue solo per visitare i parenti in uno sperduto villaggio, non sembrava per niente d’accordo. Poi mi chiese in un italiano fluente com’era la situazione in Italia.

Quando mi capitava di viaggiare verso il centro nelle ore di punta, potevo solo avere un assaggio delle difficoltà di chi è costretto a vivere a 150km dal lavoro, a causa di una città troppo cara per l’enorme numero di lavoratori che richiede. Una mattina, assonnato e frastornato, dopo mezz’ora in piedi in un treno a due piani, fui avvicinato da un tipo che mi diede un volantino. Io, capello rasato e giacca di rappresentanza per recarmi a una conferenza, dovevo sembrargli il soggetto adeguato. Presi il foglietto distrattamente, feci alcuni passi poi mi voltai, lo accartocciai e lo gettai nella pattumiera al lato della persona che me lo aveva dato. Un ragazzo di colore venne a stringermi la mano. Nonostante le poche occhiate e lo scarso francese che conoscevo, mi bastò vedere il faccione di Marie Le Pen e il font runico del testo per capire che non era cosa per me.

Parigi è anche questo, sempre di più.

marco panettieri
marco panettieri

Il nome lo eredità da Tardelli, non il fiato. Cervello in fuga in attesa di nuova ricollocazione geografica. Scrive in italiano perché non vuole dimenticare la sua seconda lingua nativa. Al dialetto ci pensano i parenti.

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