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REPORTAGE | Lampedusa, un cimitero abbandonato dai media (GALLERY)

Matteo Dalena
Matteo Dalena
Febbraio05/ 2015

di Matteo Dalena

«Siamo a secco di generi alimentari freschi. Mancano latte, latticini e verdure ma soprattutto bombole di gas. Non possiamo andare avanti per molto. Grazie, siete stati gli unici finora a chiamare per chiedere notizie. Lampedusa non deve vivere solo d’estate». Matteo Salvatore Pipitone, commerciante lampedusano, raggiunto telefonicamente da Mmasciata.it, è seriamente preoccupato per gli scaffali del proprio piccolo supermarket che cominciano inesorabilmente a svuotarsi. Niente nave, niente cibo.

Sepolture di migranti ignoti sull'isola di Lampedusa (Ph©Mmasciata.it)
Sepolture di migranti ignoti sull’isola di Lampedusa (Ph©Mmasciata.it)

Da nove giorni le isole di Lampedusa e Linosa sono in ginocchio: nessun approvvigionamento dalla Sicilia perché l’unico traghetto che ogni settimana fa la spola da Porto Empedocle è bloccato per “mare grosso”. I più piccoli sono i primi a risentire di questa mancanza – spiega Pipitone – le condizioni stanno migliorando, ma dalle notizie che abbiamo i rifornimenti non dovrebbero arrivare prima di domani sera al massimo venerdì mattina. Nonostante il prolungato stato di emergenza, che si ripete periodicamente nei mesi invernali, il sindaco Giusi Nicolini non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali in merito. Mentre i cittadini chiedono con urgenza un ponte aereo.

Sull’isola si stagliano altre scene di devastazione, dal potere simbolico fortissimo, ma stavolta la natura non c’entra. Sul piccolo scoglio in mezzo al Mediterraneo la forza pubblica, come aveva promesso, è passata come un carro armato sui legni infraciditi dei vecchi barconi dei migranti, maciullandoli. Il famoso cimitero delle barche giù al Porto Nuovo non c’è più. Pochi giorni, qualche mezzo pesante in forza alle autorità doganali, dotato di poderosa dentatura d’acciaio e decine e decine di natanti, sono stati ridotti in grossi cumuli di detriti, montagne di rifiuti cosiddetti “speciali”, pronti a essere portati altrove e smaltiti. Erano accatastati nello slargo a ridosso del campo da calcio, per come li abbiamo visti ripresi dalle televisioni di tutto il mondo. Dopo essere stati dissequestrati dalle autorità giudiziarie, si è proceduto alla loro dismissione.

I resti delle barche
I resti di legno del cimitero dei barconi di Lampedusa (Ph© Mmasciata.it)

CIMITERI ITINERANTI  Sul piccolo lembo di terra in mezzo al mare, tristemente noto come una delle prime tappe sulle rotte della speranza di piccoli vascelli varati nei regni della fame e delle guerre, i luoghi di morte prevalgono su quelli di vita. Perché, nessun bimbo viene più alla luce a Lampedusa: la mancanza di un medico ginecologo nel Poliambulatorio, costringe infatti le gestanti lampedusane a trasferirsi anzitempo a Palermo. E però, per terra o per mare, si continua a morire e le vecchie barche, ormai distrutte, custodi di oggetti vita quotidiana appartenuti ai migranti, rappresentavano le ultime testimoni di vite ormai spente. Le prime furono accatastate in contrada Imbriacola, in prossimità del Centro per migranti e della discarica comunale. Tutta la zona il 10 settembre del 2010 fu colpita da un grosso incendio di natura dolosa e gran parte delle barche andarono in fumo. Giacomo Sferlazzo, attivista di “Askavusa”, collettivo che si batte per riattivare memorie isolane e migranti e difendere il piccolo paradiso delle Pelagie da militarismo, abusivismo edilizio e dalla mano predatoria di alcune Ong e Fondazioni, lo riconduce a«questioni poco chiare legate all’appalto per lo smaltimento dei rifiuti». Finì che si optò per la soluzione provvisoria di Capo Ponente, landa desolata all’estremità opposta dell’isola, sede della ex base Loran Nato, oggi occupata dalle Forze Armate italiane e spesso usata come luogo di accoglienza per i piccoli migranti. Del 2011 la circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri contenente “disposizioni urgenti relative alla problematica delle numerose imbarcazioni che attendono di essere distrutte”. Il porto è ormai saturo, eventuali urti potrebbero causare la fuoriuscita di agenti inquinanti: si dispone così, in deroga alle previsioni degli strumenti urbanistici vigenti, la rimozione delle imbarcazioni e la loro ricollocazione, sempre in via provvisoria, nell’area adiacente al campo sportivo che, periodicamente, andava trasformandosi nel set televisivo più sensazionalistico del mondo.

I resti delle barche (2)
La dismissione dei barconi dei migranti ha tutte le caratteristiche dell’ennesimo affare di Stato (Ph©Mmasciata.it)

ECONOMIE VARIABILI Ora non si vede più nessuno. I barconi sono monumenti alla memoria scomoda oppure semplicemente “corpi di reato” se imputabili a percorsi o dinamiche di immigrazione cosiddetta “illegale, clandestina”. Per alcuni sono solamente spazzatura, rifiuto dei “rifiuti dell’umanità”. Come funziona. La gestione delle vecchie barche è regolata dal dodicesimo articolo del Testo Unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’emigrazione e norme sulla condizione dello straniero. In pratica, dopo essere posti sotto sequestro probatorio, disposto da un Pubblico Ministero tramite decreto motivato e infine reso effettivo da ufficiali di Polizia giudiziaria, i mezzi di trasporto impiegati per la traversata diventano, mezzo confisca, patrimonio inalienabile dello Stato. Al contempo, la Capitaneria di porto competente redige una scheda tecnica del bene confiscato inviandola a Presidenza del Consiglio dei Ministri, Agenzia delle Dogane, Ministero dell’Ambiente e Prefettura. Tocca a quest’ultima il compito di portare a termine un’indagine sul territorio al fine di sondare la (poco probabile) presenza di soggetti istituzionali potenzialmente interessati a prendere in affidamento provvisorio le imbarcazioni, ma solo ed esclusivamente per attività di polizia o per finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale. In caso negativo, il bene entra nelle mani dell’Agenzia delle Dogane che attiva le procedure per la distruzione attraverso la stipula di una convenzione con ditte del settore anche in deroga alle norme sulla contabilità generale dello Stato che dovranno occuparsi, buon per loro, di messa in sicurezza, bonifica ambientale, rimozione del mezzo e infine smaltimento. In altri termini, distruzione certa e a costi per nulla contenuti.

quando il cimitero delle barche diventava set televisivo
L’isola in periodi mediaticamente “caldi” diventa un set all’aperto, poi se ne dimenticano tutti. (Ph©Mmasciata.it)

RIUSI CIVICI Il “falegname dei poveri” Francesco Tuccio avrebbe continuato a farne oggetti sacri intrisi delle lacrime e del sangue dei derelitti, crocifissi e pastorali come quelli donati a Papa Francesco in occasione della sua ultima visita. Gli attivisti di Askavusa avrebbero ampliato e arricchito “Porto M”, spazio autogestito di raccolta ed esposizione di oggetti di vita appartenuti ai migranti. Ma gran parte di queste e altre esperienze di raccolta e memoria impattavano continuamente contro il Testo Unico Immigrazione che, oltre a renderle di fatto “abusive”, prevede l’inalienabilità del bene soggetto a confisca e limitatissime possibilità di affidamento. Parere contrario alla normativa vigente, in vista di “modifiche che potessero attivare percorsi e iniziative di recupero delle vecchie barche” venne anche espresso nello scorso mese di maggio dal Gruppo di Studio “Progetto Lampedusa” facente capo al Consiglio Nazionale Forense e Scuola Superiore dell’Avvocatura. Nulla da fare, in base al principio generale contenuto nella circolare ministeriale del 2003 secondo il quale l’operazione di distruzione delle barche debba essere “tendenzialmente a costo zero” sembra chiaro che:

«l’auspicio del contenimento della spesa pubblica è allo stato di limitata attuazione e successo a causa dello stesso dettato normativo che individua nei soli organi di polizia, ovvero in altri organi dello Stato, i possibili affidatari dei mezzi di imbarcazione, tanto in via provvisoria che definitiva».

Ma l’auspicato «l’ampliamento del novero dei soggetti destinatari» ancora l’aspettano a Lampedusa. Intanto le barche sono state distrutte e si vive in attesa di quelle che portino le derrate alimentari dal continente. Probabilmente, è più facile rimuovere, passare alla cassa e dimenticare. Almeno fino al prossimo sbarco.

Matteo Dalena
Matteo Dalena

Storico con la passione per la poesia, imbrattacarte per spirito civile. Di resistenza.

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