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CONTROINCHIESTE | Quando di “sicuro c’è solo che è morto”

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Marzo17/ 2015

di S. Alfredo Sprovieri

Chi scrive di verità mente, la materia prima che lavora il giornalismo è la bugia. Quando la riconosce nella notizia, nel racconto di un fatto, si trova davanti a due direzioni possibili: decidere di lasciarla montare o provare a smontarla. Come le due direzioni sulla stessa autostrada.

autostrada di notte 2

C’è un caso fosco che sta appassionando il pubblico e sempre più cronache in queste settimane, quello di Federico Bisceglia, magistrato di valore scomparso all’età di 45 anni il primo di marzo in un incidente stradale sulla Salerno – Reggio. Bisceglia era catanzarese, ma da anni lavorava in Campania, dove si era occupato di molte indagini delicate, non per ultima quella sulla terra dei fuochi. Una settimana prima di lui è morto nella sua casa nel Lazio Carmine Schiavone, il primo è più famoso pentito della vicenda sugli interramenti tossici da parte dei clan. La vicinanza fra il decesso dei due mette i brividi a più di una persona. Fra questi v’è sicuramente l’oncologo Antonio Marfella, stretto collaboratore di don Maurizio Patriciello, il parroco in prima linea nella lotta ai roghi e agli sversamenti illegali di veleni. Dopo aver appreso della morte del magistrato, Marfella sulla sua pagina Facebook ha infatti scritto che Carmine Schiavone avrebbe avvertito, nei mesi scorsi, sia lo stesso medico sia il sacerdote di Caivano di «stare attenti agli incidenti stradali».

Ai dubbi di Marfella se ne sono aggiunti altri. Agli atti della politica ci sono dichiarazioni del campano Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e del siciliano Beppe Lumia, già presidente della commissione parlamentare antimafia. C’è persino un’interrogazione parlamentare presentata al ministro della Giustizia qualche giorno dopo dai senatori Bartolomeo, Pepe e Molinari, eletti fra i Cinque Stelle e poi passati al Gruppo Misto. Tutto sulla scorta del sicuramente coraggioso lavoro svolto dal quotidiano La Provincia di Cosenza, diretto da Gabriele Carchidi che in una serie di articoli di controinchiesta, ripresi da alcuni quotidiani nazionali e condotti sul luogo dell’incidente da Michele Santagata, ha riportato diversi particolari stridenti dalla scena dell’incidente, legati soprattutto alla diffusione della sua notizia. Secondo il quotidiano d’informazione a rimanere piuttosto oscure sono anche le dinamiche del sinistro, tanto che La Provincia avanza alcune ipotesi corredate da gallerie fotografiche e parla apertamente del possibile omicidio del magistrato. L’altra campana è rappresentata principalmente dalla passeggera del veicolo guidato dal pm Bisceglia. Una dottoressa amica del pm che, uscita illesa dall’impatto, ha dichiarato a Gabriele Bojano del Corriere del Mezzogiorno (qui) di non voler parlare con i giornalisti dei dettagli ma che certamente «si è trattato di un tragico incidente automobilistico».

Per sapere chi avrà ragione, dovremo aspettare un po’. Franco Giacomantonio, procuratore di Castrovillari, chiede infatti pazienza dichiarando: «è stata fatta l’autopsia, della quale si attende la relazione autoptica. Faremo, naturalmente, la perizia tecnica sul mezzo e sulla parte di guard rail interessato dall’incidente, che è stato sequestrato. Per avere il quadro complessivo bisognerà attendere, probabilmente, un paio di mesi».

Inevitabile però che nel frattempo l’immaginario collettivo si posi sui fiori marci dei misteri irrisolti sulle nostre strade; dagli anarchici della Baracca, i cinque ragazzi calabresi morti il 1970 in un incidente stradale nel quale sparirono i documenti riservati sulla rivolta di Reggio e sulla strage di Gioia che i giovani stavano andando a consegnare alla redazione di Umanità Nova, fino al caso di Donato Bergamini, giovane calciatore del Cosenza trovato morto sotto un tir nel 1989. Un caso quest’ultimo passato per suicidio contro qualsiasi evidenza e che proprio la Procura di Castrovillari si avvia ad archiviare dopo tutti questi anni senza verità.

Quello che bisogna pubblicamente chiedersi, prima di due mesi, prima di subito, è se l’Italia sia ancora nelle condizioni di quei decenni, in cui tutto e il suo contrario potevano alternarsi all’occultamento dei fatti. Ha ragione il cronista Santagata, intervistato ieri sul blog di Beppe Grillo, quando chiede chiarezza sui controsensi di questa storia. Nell’epoca degli open data chi lavora alle informazioni da dare al pubblico deve con compattezza pretendere che il racconto di ciò che accade, nel pieno rispetto della riservatezza delle indagini, non presenti ombre e ambiguità. Anche perché, se possiamo conservare dubbi sul fatto che la stagione dei misteri di Stato sia tramontata, lo stesso non possiamo dire della splendida esperienza delle controinchieste civili del giornalismo italiano inaugurata da Tommaso Besozzi con lo storico servizio sul caso del bandito Giuliano. Distinte sporadiche eccezioni, nell’epoca delle verità virali bisogna chiedersi che fine abbia fatto quella tradizione giornalistica. Perché, come sosteneva il titolo de L’Europeo a quello storico articolo, “di sicuro c’è solo che è morto”.

 

Ps. Quando il mistero resta, arriva sempre qualcuno che ne sa più di te. Morale del destino, qualche anno dopo toccò alla controinchiesta della controinchiesta sostenere che sicuro non era nemmeno il fatto che il bandito Giuliano fosse morto. Da qui la vecchia lezione del giornalista: impara a scrivere come se non sapessi la verità. Del verosimile i lettori non si stancheranno mai.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

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