• sabato 25 Gennaio 2020

GREFERENDUM | Quando Pericle faceva fallire la Grecia

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Luglio05/ 2015

partenone-atene

Una faccia, una razza. Ce ne siamo ricordati. Incolonnati nelle nostre scatolette di ritorno dalla meritata battigia cerchiamo di riconoscerci nei volti dei greci che ci arrivano dai grandi media. In fila davanti agli sportelli bancari per ritirare 60 euro dal proprio passato, oppure da ore davanti alle urne per ottenere il proprio futuro. A chi assomigliamo?

Sono quasi in 10 milioni al voto, l’astensionismo è ridotto e non ha mai minacciato il quorum, i sondaggi parlano di un continuo testa a testa fra NAI (sì) e OXI (no) al piano dei creditori internazionali, referendum che in realtà potrebbe essere deciso dai giovani, maggiormente orientati a rifiutare le proposte della troika. Fra poco sapremo. L’incertezza rimarrà parecchia anche dopo sia chiaro, ma l’unica cosa che possiamo sapere fin da ora con certezza è che delle due file solo una rimarrà nella storia. Ce lo dice l’esempio di Pericle; intorno al quinto secolo fu protagonista del primo default della storia, ma ancora oggi la sua lezione di democrazia continua ad essere un modello di riferimento mentre nessuno si ricorda del clamoroso crac che segnò il declino di quella gloriosa civiltà.

I classici non li studia più nessuno, metti che poi ci si impara qualcosa, perciò proviamo in breve a recuperare gli eventi. Nel 454 Avanti Cristo sull’isola di Delos, secondo il mito luogo natìo di Apollo dio del Sole, c’era un tempio dove venivano tenuti i tesori della Confederazione di 13 città-Stato alleate sotto la guida di Atene. Una banca. Alle prese con debiti crescenti dovuti alle guerre, Pericle, sovrano indiscusso dell’impero ateniese per 30 anni, decise di spostare il fondo alla sua Acropoli. Poi diede un prestito a 10 città-stato che, fiaccate dagli eserciti rivali, non furono mai in grado di restituire tutti i denari nonostante gli sconti arrivarono anche all’80%. In poco tempo fu bancarotta statale.

Rileggere libri sulle “cronache” di quei tempi è addirittura divertente. Luciano Canfora, uno dei più profondi conoscitori dell’antica Grecia al mondo, ne ha pubblicato diversi, uno migliore dell’altro. Fra le pagine si possono scoprire cose sorprendenti tipo che Fidia –  non un funzionario qualunque, ma l’artista più splendente della storia umana e il principale artefice della politica periclea di lavori pubblici – fu addirittura portato in tribunale con l’accusa di aver sottratto parte dell’oro destinato alla statua di Atena piazzata nel Partenone. Oppure che la bozza del preambolo della Costituzione europea ha artefatto una citazione di quegli anni. Si tratta dell’epitaffio che Tucidide attribuisce a Pericle (430 a.C.) in questa forma: «La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero». È una falsificazione e secondo il professor Canfora non è per nulla trascurabile cercar di capire il perché venne fatta. Dice Pericle, nel discorso assai impegnativo che Tucidide gli attribuisce: «La parola che adoperiamo per definire il nostro sistema politico (ovviamente è modernistico e sbagliato rendere la parola politèia con «costituzione») è democrazia per il fatto che, nell’amministrazione (la parola adoperata è appunto oikèin), esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza (dunque non c’entra il «potere», e men che meno «il popolo intero»)».

L’esempio greco truccato ad arte e usato come preambolo della costituzione europea, succedeva fra pochi burocrati internazionale nel 2003, come un’immagine profetica a tutto quello che sta accadendo oggi. Può essere trascurabile l’impronta imperialista e sanguinaria dell’Atene di Pericle, o il carattere sprezzatamente elitario, o l’alto grado di corruzione e l’avversione per il ruolo delle donne? A quanto pare sì. Il punto non è che un modello vissuto e tracollato 25 secoli fa nel paragone con la modernità finisce per uscirne idealizzato, ma quanto è criminalmente artefatto il racconto della contemporaneità.

Del resto ad attraversare il corso della storia restano solo i grandi principi e i grandi princìpi capaci di strappare il corso delle stelle dalle mani degli dei e di consegnare agli uomini la possibilità di cambiare il proprio destino.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

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