• sabato 25 Gennaio 2020

MERIDIANI | Perché la Svimez non misura la nostra felicità

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Agosto09/ 2015

di S. Alfredo Sprovieri

Ne avrete sentito sicuramente parlare dello Svimez. Ha fatto bisticciare addirittura il premier Matteo Renzi con il Roberto Saviano del giornalismo italiano, Roberto Saviano. Frenate le fantasie spionistiche da ombrellone; nonostante il nome accattivante, con “Rapporto Svimez” si intende il sempiterno bollettino sullo stato dell’economia del Mezzogiorno italiano. Riassumendo la sua marea di numeri in tre frasi:

– nel 2014 il 62% dei meridionali ha guadagnato meno di 12mila euro annui

– al Sud per il settimo anno consecutivo il prodotto interno lordo è negativo

– La crescita negli ultimi 15 anni è nove volte inferiore a quella della Grecia

LA TESI Risaputo è che gli scenari apocalittici sono dovuti anche alla spropositata preponderanza del lavoro sommerso, il cosiddetto “nero”, che macchia la radiografia e getta un dubbio decennale sulla diagnosi degli intellettuali: “Il Sud italiano è economicamente morto o moribondo?” Cogliere la differenza fra un paziente morto e uno vivo dovrebbe essere non impossibile per gente che ha studiato tutta la vita, ma evidentemente ai nostri sfugge qualcosa.

L'Etè di Mareau, fontana di fine '800 presente in molte città italiane. Nella foto a San Pietro in Guarano (Cs) dove è chiamata "Pietru Giugnu"
L’Etè di Mareau, presente in molte città italiane. Nella foto a San Pietro in Guarano (Cs) dove è chiamata “Pietru Giugnu”

Sembra d’esser tornati ai tempi del dibattito sul familismo amorale, la discussa teoria sull’arretratezza del Meridione italiano dovuta al sociologo Edward Banfield e al suo influente libro “Le basi morali di una società arretrata”, pubblicato nel 1958 dopo nove mesi di osservazione sul campo in un piccolo paesino della Basilicata. Bignamizzando d’un fiato anche questo: l’anche politologo statunitense sosteneva che siccome in quella società non erano esistenti reti di fiducia e di solidarietà (interpersonali e istituzionali) e che non v’era alcun fermento associativo, il conseguente sottosviluppo economico era da attribuirsi a mentalità proprie delle popolazioni meridionali, portate a perseguire l’interesse immediato della propria famiglia nucleare senza riguardo alcuno per l’interesse della collettività intera.

L’ANTITESI Banfield ha fuordubbio scritto un capolavoro, capace di intendere l’importanza del senso civico o del capitale sociale nello studio di una società e persino attuale nel descrivere lo svuotamento della sfera pubblica meridionale, ma è cosa riconosciuta nei decenni di dibattito il fatto che anche lui non abbia colto appieno la complessità del vivere meridiano. Meglio fecero in tanti meno famosi, ad esempio Fortunata Piselli, una sociologa torinese che a inizio dei ’90 studiando per mesi la vita in un paese dell’entroterra calabrese descrisse come lealtà e solidarietà attraversassero i confini della famiglia nucleare per diventare una rete economica solida e in parte sostitutiva alle istituzioni e al mercato grazie a Parentela e emigrazione (che è anche il titolo del libro). Tanti altri studi dimostrano come l’analisi di ciò che avviene nel Meridione italiano non può prescindere da considerare la natura ambivalente dei fenomeni sociali politici ed economici che si sono sedimentati in secoli di dominio e sopraffazione. E proprio qui sta la chiave.

LA SINTESI La gente ci arriva prima. Ci rifletto seduto su un gradino del paese che studio (senza capirci niente) da 30 anni. Insolitamente, il centro della piazza intitolata al poeta che vi nacque è sgombro di luci e motori ma pieno di gente; di scena una festa popolare dedicata a un rito antico, quello del taglio delle canne. È un momento significativo per la comunità di San Pietro in Guarano – paesino incagliato fra la Sila e Cosenza – perché con quelle canne verranno costruiti gli scheletri dei Ddirrocchi, i giganti di cartapesta che dalla notte dei tempi vengono fatti sfilare per le vie del paese e poi bruciati il giorno di San Rocco, il 16 agosto di ogni anno.

Il rogo del Ddirroccu, tradizione centenaria in scena il 16 agosto a San Pietro in Guarano (CS)
Il rogo del Ddirroccu, tradizione centenaria in scena il 16 agosto a San Pietro in Guarano (CS)

Si tratta di una festa catartica figlia delle dominazioni spagnole, capace ogni anno di attrarre turisti e emigrati e di generare economia e coesione sociale. Durante i festeggiamenti del taglio delle canne, organizzati da un gruppo di giovani, la piazza gremita era in collegamento Skype con emigrati in diverse parti del mondo; oltre ad essere un momento di ricongiunzione obiettivamente molto bello – che ci ricorda meglio di qualsiasi rapporto chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo – è stato anche un esempio lampante di tutto quello che si può fare con un nuovo concetto di resilienza, poiché il tentativo in atto da mesi di un gruppo di cittadini organizzati è quello di sensibilizzare i residenti e le varie comunità di emigrati nel mondo alla raccolta di fondi per restaurare la fontana simbolo del paese, quel Pietru Giugnu che le istituzioni preposte hanno abbandonato o non ce la fanno a mantenere in vita.

Mathurin Moreau presentò il prototipo di questa statua, denominata L’etè (l’estate) all’Esposizione Universale di Parigi nel 1855, e il fonditore Jean-Pierre Victor Andrè ne realizzò in ghisa produzioni in serie che finirono in molte città italiane nel 1889. Per salvare questo giovincello centenario servono 10mila euro; senza aspettare le istituzioni né lamentarsi, il comitato di cittadini è in moto per strada e su internet per raccoglierli dal basso e far partire le cure a questo bene comune.

Un po’ come in quella carina storia del calabrone: tante piccole comunità del Sud per gli studiosi non hanno le caratteristiche economiche per sopravvivere, ma loro non lo sanno e vanno avanti lo stesso.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

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