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INSIDE REBIBBIA | Quando la libertà finisce sulla Tiburtina

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri
Febbraio15/ 2016

di S. Alfredo Sprovieri

Entrati dalla porta e usciti dalla finestra. Sono gli uomini più ricercati di Roma, i due cittadini romeni protagonisti della rocambolesca evasione dal carcere di Rebibbia, dove erano ristretti perché rispettivamente accusati sequestro di persona con morte e rapina. Nella prima serata di domenica hanno segato le sbarre della finestra del magazzino in cui gli era permesso lavorare, si sono calati con le lenzuola e hanno poi scavalcato il muro di cinta e la ringhiera, guadagnando la libertà, o qualcosa che vagamente le somiglia, tipo la Tiburtina. Lo hanno fatto in barba ai soli due agenti chiamati a sorvegliare i 150 detenuti di quel reparto, secondo ciò che hanno rivelato i sindacati di polizia penitenziaria nel dar pubblicamente la colpa dell’evasione al sovraffollamento carcerario e al numero inadeguato di agenti. Una fuga rocambolesca finita in giallo, vista la cattura in un appartamento di Tivoli prima annunciata e poi smentita.

A Rebibbia attualmente sono detenuti 1375 detenuti, nulla di paragonabile ai numeri pazzeschi di qualche anno fa, ma comunque circa 160 in più di quanto previsto. Di questi detenuti metà sono tossicodipendenti e un terzo di cittadinanza straniera, la stragrande maggioranza è dentro per motivi di droga o per reati contro il patrimonio. Qual è il numero degli agenti? Inferiore a quello previsto in pianta organica ma, soprattutto, sono molti di meno di quelli che risultano sulla carta. Molti sono dispersi nelle maglie della burocrazia, a rivelarlo una fonte interna al dipartimento, che ci porta a visitare diversi reparti della casa circondariale nel quartiere che fu di Pier Paolo Pasolini e che oggi è salutato dal mammuth del fumettista Zerocalcare.

Il murales del fumettista Zerocalcare, disegnato all'ingresso della metro Rebibbia a Roma
Il murales del fumettista Zerocalcare, disegnato all’ingresso della metro Rebibbia a Roma

Fra questi, anche il G11, il settore in cui è avvenuta l’evasione, riservata a detenuti cosiddetti comuni ammessi al lavoro. Il reparto ha anche una zona di passeggio, campi da calcio e spazi aperti ma è complessivamente chiuso su tutti i lati, tranne uno: il cielo. Sinonimo di libertà per eccellenza, è proprio il cielo il primo complice dell’evasione che gli agenti ti raccontano se gli chiedi di evasioni. Nei racconti è come se fosse stato ieri, ma in realtà avvenne nel 1986 a novembre. A scappare come in un film furono il franco – tunisino André Bellaiche e Gianluigi Esposito, estremista nero legato alla banda della Magliana. I due uscirono da Rebibbia appesi ai pattini di un elicottero della Croce rossa guidato da banditi francesi. In realtà ce ne sono stati diversi altri da allora, troppi, ma il personale dell’istituto non ne parla volentieri, per motivi più che comprensibili.

Continuando a passeggiare si arriva alla G12 e poi alla G13, dove il silenzio prima degli agenti ti spiegano che siamo in zona riservata a detenuti in regime di carcerazione man mano più dura, dall’isolamento fino al 41bis destinato ai boss mafiosi. Non lontano è orario di colloqui. Per chi ha bambini sotto i 15 anni tutti i colloqui sono all’aria verde, il cui accesso è stato allargato non solo a chi ha figli. All’ora di pranzo due tre gruppetti di detenuti è assembrato davanti al cannellone rosso, molti fumano nervosamente, poi gira la chiave grande ed entrano i loro parenti, l’abbraccio con figli moglie e fidanzate è tutt’altro che discreto, un uomo di mezza età stringe fino a quasi sollevarla l’anziana madre: la gioia riesce ad annidarsi anche all’interno delle sbarre.

Ai tavolini di legno e sotto i gazebo si parla fittamente e non è raro scorgere sorrisi, nella stessa ora d’aria nel 1982 si incrociavano personaggi come Peppe Dimitri, Salvatore Buzzi, Massimo Carminati e persino Gianni Alemanno, in quel periodo detenuto con l’accusa di aver lanciato di una molotov contro l’ambasciata dell’Unione Sovietica. E’ l’antico prologo di Mafia Capitale e dei fatti che in questi mesi sono sotto processo proprio nel bunker adiacente al carcere. All’interno c’è solo una sala paragonabile a quella gremita di giornalisti e avvocati, è la sala teatro protagonista di Cesare deve morire il film Orso d’oro del 2012 diretto dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani che narra la messa in scena del Giulio Cesare di William Shakespeare da parte dei detenuti di Rebibbia diretti dal regista teatrale Fabio Cavalli.

La targa posta di fronte al teatro circondariale di Rebibbia ricorda le riprese del film dei fratelli Taviani
La targa posta di fronte al teatro circondariale di Rebibbia

Una targa ricorda con orgoglio quella bella pagina ed è lo stesso orgoglio di chi mostra il Penalino ai visitatori, l’area G8 attorno alla quale c’è l’attrezzata sala palestra, l’aula musicale e il laboratorio di falegnameria, fino al call center dove sono assunti circa 12 detenuti grazie ad un accordo fra ministero di Grazia e Giustizia e l’ospedale pediatrico romano Bambin Gesù. I detenuti, tutti con condanna definitiva medio – lunga, lavorano regolamente stipendiati (salari fino a mille euro al mese) per conto di un consorzio che fornisce al Bambin Gesù il servizio di call center al centro unico di prenotazioni. Si risponde al telefono dal lunedì al venerdì e il sabato mattina fino alle 13.

“Grazie a questa cuffietta abbiamo trovato un nuovo scopo per vivere”.

Un uomo giovane è anche fra i più anziani di questo servizio. Gli occhi chiari gli brillano quando ne parla. Le voci da fuori che gli arrivano in cuffia è l’unica libertà a cui possono ambire le sue giornate, perciò cerca di svolgere il servizio al meglio delle sue possibilità. Grazie all’esperienza maturata nel tempo è riuscito a far avere una visita per un bambino prima del tempo normale di attesa, prendendo a cuore un caso delicato che altrimenti rischiava di rimanere affogato nei tempi della burocrazia ospedaliera. Vite spezzate e vite salvate, come il turbinio di cancelli che ti accompagnano all’uscita dopo aver recuperato cellulare e documenti dagli agenti.

La libertà somiglia al vento sulla faccia, persino sulla Tiburtina.

alfredo sprovieri
alfredo sprovieri

Un po' di tv e molta carta stampata in una vita redazionale precedente. Ogni tot scribacchino per le grandi testate italiane. Più montano che mondano, per Mimesis edizioni ha scritto "Joca, il Che dimenticato".

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