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EX MANICOMI| Mi chiamano E. R. e sono il mio torcicollo

Matteo Dalena
Matteo Dalena
Marzo10/ 2016

Uscire dall’anonimato della storia grazie a un torcicollo, balzare alle cronache scientifiche del tempo per via di una patologia invalidante. E. R., trentaduenne proveniente da un paesino dell’alta valle dell’Esaro nel 1897 è affetta da torcicollo mentale, meglio nota come malattia di Brissaud. Il suo caso fa scuola, al punto da far balzare questa donna, infima esistenza di Calabria Citeriore, su una delle riviste scientifiche più in voga dell’Italia unita: Il manicomio moderno. Giornale di psichiatria. Si tratta dell’organo ufficiale del manicomio interprovinciale “Vittorio Emanuele II” di Nocera Inferiore, per diverse annate polo di raccolta di pareri, discussioni, teorie ed elucubrazioni più o meno scientifiche di medici alienisti, frenologi o, più semplicemente, tecnici di stanza nei vari manicomi del Paese.

E R anni 32 provincia di Cosenza

Una donna, umile vedova con figli, usciva così con la propria foto, stampigliata a dovere su una rivista medica fine ottocentesca dall’anonimato della remota e malarica provincia. Non tanto la sua storia, ma quella del suo torcicollo è ora sulla bocca di tutti. Approda sulle cattedre universitarie dell’epoca, presentata da quel dott. Sgobbo che per un periodo l’ha avuta in cura nel suo ambulatorio per le malattie nervose e l’elettroterapia di Napoli come speciale malattia, piuttosto rara. Il punto è se trattare chirurgicamente il male e soprattutto in quale luogo contenere le sfuriate di questa donna costretta a vivere per quasi quattro anni con il capo costantemente rivolto verso la propria destra, costretta a raddrizzarselo innaturalmente con la sola forza delle mani al fine di vincere il ghigno osceno dei passanti.

Il “male” le si era manifestato dopo la morte del coniuge, quando presa da tristezza, forte depressione d’animo e noia «si trattenne in casa da diversi mesi senza mettere fuori dalla porta di casa per qualsiasi ragione». E. trascorreva ore seduta vicino al balcone a lavorare la calza e per distrarsi da quell’operazione ripetitiva, deviava spesso il capo verso destra per guardare cos’accadesse nella propria stradella. Dopo qualche giorno si rese conto che era la posizione ordinaria della testa, cioè con lo sguardo rivolto in avanti, a venirle complicata. Volendo raddrizzare la testa doveva dunque servirsi delle mani. Le notti di E. R. erano un incubo: spasmi e crisi dolorose svanivano però ai primi chiarori del mattino. Era allora che rincuorandosi usciva di casa per acquistare generi di prima necessità, cercando ovviamente di nascondere quella “oscenità” a mille occhi sempre gravidi di giudizi. Un giorno bussa alla sua porta il medico del paese che la prende sotto la propria malleva.

La rivista il Manicomio Giornale di psichiatria

Per due anni E. R. viene curata come una epilettica o come un’isterica. Le viene somministrato bromuro di potassio e la corrente elettrica viene passata per la prima volta per le sue nervazioni. Nessun risultato. La donna viene quindi portata a Napoli nello studio del prof. Sgobbo che stimati i danni arrecati da chi l’ha preceduto e diagnosticata la malattia di Brissaud, ovvero un torcicollo mentale a base spasmodica, le prescrive tanti esercizi d’immobilità, movimento e ginnastica. Dopo due mesi E. R. riesce a tener dritta la testa senza aiuto delle mani e ber una buona mezz’ora. Il prof. Sgobbo che evidentemente ha visto altri di questi casi finire curati con pessimi risultati sui tavoli dei chirurghi e poi abbandonati a se stessi nelle “prigioni della mente” non può non affermare che:

«Certe malattie sono di spettanza medica e la mano del chirurgo non può arrecare alcun vantaggio, anzi qualche volta aggrava la sofferenza dell’infermo. I chirurghi non debbono operare gli ammalati di torcicollo mentale, come non dovrebbero operare le isteriche con la fiducia che l’atto operativo liberi la sofferente dal male: immediatamente o dopo poco si riaffacciano i medesimi disturbi, e qualche volta con maggiore intensità».

Dopo circa un mese e mezzo di cure E. R., donna priva di mezzi, svanisce nel nulla. Lei, probabilmente, il manicomio lo ha solo sfiorato. Ma dal 1860 in poi decine di cosentini verranno chiusi in manicomi e ospedali psichiatrici da Cuneo a Bisceglie, da Milano e Bergamo fino ad Aversa e Nocera Inferiore, per patologie non gravi e similmente curabili con la mano e i consigli di un buon medico come il dottor Sgobbo. Nelle loro cartelle cliniche l’assurdità di un sistema secondo cui la repressione era in primo luogo una forma di cura.

Le vedremo insieme.

…continua…

Matteo Dalena
Matteo Dalena

Storico con la passione per la poesia, imbrattacarte per spirito civile. Di resistenza.

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