• lunedì 1 Giugno 2020

ijf14| I giornali stanno male ma i giornalisti si sentono meglio

Michele Presta
Michele Presta
Maggio04/ 2014
Nuovi giornalisti a lavoro. Foto di Mario Panico per IJF14
Nuovi giornalisti a lavoro. Foto di Mario Panico per IJF14

È scontro generazionale. Era inevitabile, l’Ottava Edizione del Festival del Giornalismo è stato il terreno tenue di una battaglia aspra che prima o poi doveva esplodere, forse era già in corso e di sicuro non durerà poco.
Una battaglia a colpi d’ inchiostro fra giornalisti che si sono formati nelle “redazioni fumose” come le immagina la dinamica social media manager del Wall Street Journal Sarah Marshall e  i nativi digitali: “giornalisti” che di giorno in giorno osservano, si trovano sul posto, scattano una foto con il loro smartphone e scrivendo due righe  lanciano la notizia.
Guerrieri della biro contro guerrieri del giornalismo multi-tasking. Ricercatori di fonti contro spulciatori di notizie tra le tendenze di Twitter. Chi pensa che il vero problema sia il tesserino rilasciato dall’ordine al termine di una lunghissima e costosissima trafila che ostinatamente viene chiamata “gavetta” si sbaglia di grosso.
In questi giorni si è assistito ad una profonda riflessione e analisi su come la professione giornalistica sia a causa delle circostanze editoriali totalmente mutate rispetto a venti anni fa e non è detto che sia questo il nuovo e ufficiale modo di fare giornalismo.
Assistiamo ad una fase di transito e di sperimentazione che se da una parte falcia delle vittime dall’altro propone nuove strade percorribili ma che non assicurano il successo.
Paolo Mieli storica firma del Corriere della Sera, difende ostinatamente la sua posizione di giornalista da redazione, si avvicina con scetticismo al mondo dei new-media e ritiene che di questo passo firme uniche nel loro genere come Giorgio Bocca e Indro Montanelli non ci saranno mai più, perché la rete tutto perdona e tutto dimentica.
Il mondo di Arianna (così  definisce il web alludendo al nome della organizzatrice del festival Arianna Ciccone) ha poco a che spartire con il giornalismo; quello vero. Perché secondo Mieli nel mondo di Arianna il lettore dimentica presto l’eventuale errore del giornalista, lo dimentica non per sua mancanza ma essenzialmente perché in un così grande contenitore di notizie diventa anche difficile accorgersi degli errori.
Inutile dire come Arianna Ciccone abbia con caparbietà mosso critiche su critiche ad ogni affermazione del suo ospite. Al mondo del giornalismo inteso come cronaca del fatto, oggi si aggiungono tante sfaccettature che rendono la notizia non solo cronaca quotidiana, ma analisi della società. Analisi dei dati e fact-checing che possono migliorare sensibilmente il tenore di vita. Il caso Snowden e la stampa inglese, di come il giornalismo non debba essere più inteso come attivitù individuale, ma attività collettiva. La rete umana prima di quella virtuale è il vero punto di forza.
I giornali stanno male ma i giornalisti si sentono meglio chiude Arianna Ciccone al termine della sua intervista. Paolo Mieli gli da’ ragione, ascolta le testimonianze di molti giornalisti che stavano tentando di formarsi nelle redazioni fumose, stringe le spalle a ogni esperienza di censura che le viene raccontata, intanto i presenti fanno il conto di quanti blogger siano nati sotto la spinta di direttori ed editori poco propensi a pubblicare una notizia. Tirando le somme: la censura ai giorni d’oggi dura meno di un paio d’ore.

A questo punto la voce è unanime, da New York alla Crimea, senza dimenticare la calda Africa. Sia il lettore a scegliere, ad osare nel “perdere”  del tempo a cercare quella che è la notizia veritiera ed attendibile. Ma chi fa la guerra non dimentichi che il nobile compito al di là della latitudine o degli strumenti è sempre lo stesso: informare.

di Michele Presta

Michele Presta
Michele Presta

Dei mitici anni 90 ho poco,anzi niente. Studio giurisprudenza. Rincorro notizie.Twitto in maniera compulsiva. Un pochino di carta stampata e tanto web. Mi incuriosiscono le etichette dei vini. Odio la macchina al punto che ascolto IsoRadio anche quando devo andare al bar a bere un caffè. TW@michelepresta

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