• lunedì 1 Giugno 2020

Affacciato sul Po, aspettando la piena

Francesco Veltri
Francesco Veltri
Marzo23/ 2020

Raccontare una strada vuota, da un balcone affacciato sul Po, è quasi una follia. Anche quando quella strada stretta è parte integrante del posto che sta pagando più di chiunque altro la peste del nuovo millennio. La Lombardia è il freddo ritrovato di questi primi giorni di primavera, ma questo sole gelido e insistente non riesce a riscaldare il silenzio quanto quel +361 di ieri sul numero delle vittime. 

La centrale termoelettrica di Ostiglia di giorno e di notte (foto: Stefania Lecce)


C’è il sole, c’è il silenzio e ci sono gli esperti a tenere a bada la noia e le domande, a cui rispondono sicuri senza essere sicuri di niente. Lo nascondono con disinvoltura, perché ormai hanno imparato a conoscere il meccanismo rapido della comunicazione televisiva. Davanti non hanno singoli pazienti intimoriti da una diagnosi negativa, ma migliaia di giudici in pigiama, spettinati e sull’orlo di una crisi di nervi per un posto di lavoro congelato o scaduto prima del tempo.

 
I virologi, gli infettivologi e i cardiologi sono diventati gli ospiti più attesi della giornata: forse è un male, ripercorrendo la quantità di informazioni utili e contraddizioni che esprimono, forse è un bene se si pensa che, senza questo virus, al posto loro, ci sarebbe solo la politica italiana.

E qui, davanti a questo show imprevedibile, c’è il mio divano a doppia vista – finestra e tv – , a ottanta passi precisi dal Po. Sì, ottanta, li ho contati quattro mesi fa, quando, invece del picco, si attendeva la piena come una liberazione. 

La piena, il picco e la liberazione.

Nelle case decadenti che ho di fronte tutto tace, ed è una banalità che mi colpisce. Ogni tanto si accende una luce, passa un’automobile sospetta, un gatto in calore, un cane che lo fa fuggire. Poi quel gatto ritorna circospetto, quasi sempre intorno alle 18, quando il bollettino della Protezione civile conferma puntuale l’apocalisse giornaliera. Che uccide, illude o supera se stessa. 


Oggi, in questo paesino della padania non libera, i contagiati sono 19, chi vorrà potrà seguire la messa di Don Renato su Facebook e per la spesa bisognerà accontentarsi dell’unico discount presente sulla via principale. Ha nutella, frutta fresca e non il vino, ma è troppo piccolo e indifeso. Come le fabbriche non essenziali, chiuse e già in crisi. Resta aperta la centrale termoelettrica che spunta dal tetto che ho davanti agli occhi, dall’altra parte del fiume. Sono altissimi i suoi camini, stretti, biancorossi e lasciano nell’atmosfera i fumi della combustione. Una combustione totale, della mente e di un corpo ingrassato che in questa terra straniera e ammalata, si muove a fatica. 

Francesco Veltri
Francesco Veltri

Guaribile romantico del giornalismo calabrese. Scrive per non dimenticare e si ostina a osservare l'inosservabile. Ha lavorato con alterne sfortune nelle redazioni della Provincia cosentina, di Cosenza Sport, di Cronaca della Calabria, di Calabria Ora e dell’Ora della Calabria. Per Diarkos ha scritto "Il Mediano di Mathausen"

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