• martedì 29 Settembre 2020

In memoria di Gianfranco Aloe, “Fratello di Fatto”.

mmasciata
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Ottobre01/ 2014

Oggi si è spento nella sua Cosenza, vinto nel corpo da una grave malattia, Gianfranco Aloe. Una persona meravigliosa, rara, che trasmetteva passioni e ideali ai più giovani in modo credibile, garbato e per molti versi irripetibile. Premiato anche dalla commissione Cultura del Comune di Cosenza per le sue attività di scrittura, Gianfranco era da molti anni un vivace collaboratore di Mmasciata; partecipava alle iniziative con passione e allegria, ci aiutava a distribuire le copie del giornale cartaceo nei quartieri della città e ci esortava ad avere coraggio una volta uscita l’edizione digitale. Unendoci intensamente al dolore dei suoi cari per l’inestimabile perdita, intendiamo di seguito pubblicare un articolo a sua firma comparso su “Mmasciata” il 20 dicembre del 2011 e, a seguire, una poesia inedita a sua firma che aveva inteso donare al nostro collettivo.

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FRATELLI DI FATTO

di Gianfranco Aloe

Fratelli di fatto ...

 

Ammucchiati tutti insieme, nella sala studio della settima squadra. Per comodità. Erano i locali più centrali. Così era più facile raggiungere il refettorio. Era uno spazio dove, ben allineati, stavano posizionati una trentina di banchetti e sedie, la cattedra dell’istitutore ed al suo fianco, una lavagna. In mezzo a quei banchi passavamo le nostre giornate di vacanza. In una grande veranda, libera da ingombri, facevamo la nostra ricreazione. Non c’era altra scelta. Fuori le mura, il tempo non consentiva distrazioni. Umidità e nebbia. Freddo e pioggia ad intermittenza. Il maltempo diventava, così, lo scrupoloso sorvegliante della nostra reclusione.

Puntavamo gli occhi al cielo, cercando di aiutare il vento a squarciare le nubi tanto da respingerle più lontano. Contraeree delicate, sostenute dal disincanto dei teneri pensieri. Ché se noi fermi, loro in viaggio, per centinaia e centinaia di chilometri.

A volare verso casa. Il campo centrale sarebbe risultato troppo grande per noi. Per distrarci, poteva bastare il più piccolo. Ci voleva, però, il terreno asciutto. Ma, il maltempo si accaniva. Al pari del cane che morde lo straccione. Ci costringeva a restare tra i banchi. Un’attesa noiosa. Senza mai il desiderio di bloccare lo scorrere del tempo. Eravamo studenti ma, non sapevamo il significato letterario della parola malinconia.

La vivevamo, ma non sapevamo che si chiamasse così.

Gli sguardi smorti, di ragazzi senza sorriso. Senza una carezza, anche sperduta, che si posasse sul viso. E meno male che, in quell’ambito, la carezza non arrivasse… Un colore grigio scuro. Quello delle nostre divise. Quello della tristezza, in un deserto orrendo, dove non era possibile scorgere la volta celeste. Il cielo coperto, impossibile vedere gli astri e fantasticare, spaziare nella galassia con la nostra fantasia Avremmo atteso volentieri, incantati, di vedere la caduta di una stella e di esprimere un desiderio. E non ci saremmo accorti del tempo che passava, quei giorni sarebbero volati. Tutti noi saremmo tornati, velocemente, alla normalità. E anche tra di noi non filtravano sguardi. Non riuscivamo a guardarci negli occhi, a scambiarci speranze…Quando, distrattamente, li incrociavamo, prontamente li lasciavamo cadere. Avremmo rischiato facili lucciconi. Non potevamo rischiare di scoppiare in lacrime. Il nostro orgoglio l’impediva. Lo facevamo di nascosto, ci sfogavamo tra le lenzuola, al buio, senza che nessuno ci potesse vedere e udire.

In quei giorni non mi andava di studiare. Tanti dei miei compagni avevano fatto ritorno alle loro case.

Avrebbero trascorso quei quindici giorni con le loro famiglie. Si sarebbero rifocillati riassaporando i propri spazi di libertà. Si sarebbero dissetati mitigando l’arsura d’affetto. Avevo rimediato un libro ma, per quanto bello, la sua lettura non mi aiutava. Sicuramente un capolavoro ma, David Copperfield contribuiva, se possibile, ad aumentare il mio malessere. La sua vicenda umana commuoveva tanto che, a stento, pizzicandomi forte le braccia, riuscivo a non piangere per lui. Tutto l’anno in quell’ambiente.

Riuscivamo, anche, a ritagliarci momenti di spensieratezza. In tanti, chi per un motivo, chi per un altro, si era costretti a vivere in quel posto. Non era sicuramente una bella condizione ma, apparteneva a tutti. Tra di noi c’era una tacita solidarietà che, ci affratellava. Così come può succedere nei tanti luoghi, dove, la sofferenza è comune. Le vicende della vita ci costringevano a dover rinunciare alla fanciullezza, all’età senza pensieri. Ci trovavamo rinchiusi in quel posto, senza aver fatto nulla di male. Orari rigidi, disciplina la più assoluta. Eppure, non eravamo stati cattivi, non eravamo dei rei, condannati a dover espiare pene per colpe o peccati. In tal caso, lo stare male, in qualche modo, avrebbe avuto plausibile giustificazione. Ce ne saremmo fatti una ragione. Noi affrontavamo altra situazione. Il bisogno che afferrava, stringendo alla gola i nostri cari, le nostre famiglie, era la causa principale del dramma che eravamo costretti a vivere. Non esagero se, ora, in età adulta dico che comprendo lo spirito che accomuna i carcerati. A volte mi chiedono di acquistare un cesto di Natale, quale contributo ai fratelli rinchiusi nelle patrie galere… Capisco i bisogni di chi sta dentro e di chi sta fuori… I detenuti godono, se così si può definire, della visita parenti. In tanti di noi, non abbiamo mai potuto cogliere tale opportunità che avrebbe, forse, spezzato il lungo periodo, ogni anno, di dieci mesi di “detenzione”.

No… non esagero e non vorrei nemmeno farlo. Era lo stato d’animo che avevamo in quei giorni. Il trattamento non era affatto cattivo, anzi. Un collegio non è un luogo di svago o di villeggiatura. A quei tempi, il collegio, rappresentava la più facile ed efficace minaccia, utilizzata dai genitori nei confronti dei figli negligenti, ingestibili normalmente. Va detto che il luogo dove si era rinchiusi, non era minimamente comparabile ad un carcere. Non solo non avevamo né celle, né bocche di lupo ma, la struttura era una stata realizzata molto bene. Cinema teatro, campi di gioco, una grande ed attrezzata palestra ed una grande chiesa tutta per noi. Ma a noi fanciulli ciò non bastava.

Avevamo bisogno di altro. Soprattutto del calore della nostra famiglia. Di poter urlare la nostra felicità in mezzo alla strada la nostra felicità, in quanto esseri liberi, così come fanno le rondini in cielo nelle giornate di primavera. La mia condizione, era comune con gli altri ragazzi che erano rimasti. La distanza dalle proprie case era tanta. I soldi per i biglietti del treno mancavano. Erano rari i casi che ricevessimo la visita di un familiare. A me successe solo in occasione della mia cresima… Mio fratello, quattordicenne, accompagnò mia madre. Il mio padrino si risparmiò il viaggio e solo per procura ottemperò al suo dovere…

Una partita di calcio nel refettorio del collegio

Era una commedia triste, messa in scena sul palcoscenico della vita. E, in occasione delle feste di Natale, si stava ancora peggio. Ci rendevamo conto, nella nostra condizione di orfani. Quella era l’atmosfera del nostro Natale… A nulla riuscivano i freddi tentativi messi in atto dal Rettore e dalla sua famiglia. Un quadretto di persone distaccate e formali che mi faceva venire in mente quelli che ritraggono lo Zar, nel freddo della Grande Madre Russia. Malgrado i suoi signorili sforzi, non riusciva a comunicare né sensazioni d’affetto, né di quell’umanità di cui avevamo bisogno, come l’albero di Natale di palline e di addobbi. Cercava di accontentare le nostre richieste di doni, senza mai entrare nel merito della richiesta stessa.

Non ci conosceva nemmeno di nome. Da parte mia, chiedevo le cose più impensabili. Non me ne fregava niente… Arrivai a chiedere addirittura un paio di guanti da portiere… io che detestavo quel ruolo, quello star fermo in mezzo ai pali… Io che amavo correre libero nel campo di calcio, con la fantasia del gol… ero scarso ma, giovane…sognavo. O come successe ad Antonio Conti, da Bergamo. Mio caro amico, malgrado la provenienza. Insieme e con naturalezza abbattemmo quelle barriere di campi spinati che si alzano, razziste, tra gli esseri umani, per soli interessi egoistici. Eravamo tutti e due di Bergamo, eravamo tutti e due di Cosenza. Anche lui, di qualche anno più grande di me, era, come me, orfano ed appartenente a famiglia numerosa con notevoli difficoltà economiche. Come regalo di Natale chiese al Rettore di poter imparare a suonare la chitarra. Gli fu donata una chitarrina da bimbi con annesso sacchettino di caramelle.

La distrusse sulla scrivania con un colpo netto. Seppi poi, che, in seguito Antonio costituì, insieme ad altri compagni di collegio e ad un istitutore, un bel gruppo musicale. In tutto questo non dimentico, certo, la bella figura del vice Rettore. Era un uomo, questi, che trasudava umanità. Un secondo padre per noi tutti, ma, troppo solo e, da solo, non bastava. Quattro anni senza trascorrere il Natale a casa mia, dalla quinta elementare alla terza media, servirono per levarmi dal cuore la grande festa, in tutti i suoi significati più belli.

E poi? E poi un grazie ad Emilia da Partenope sorta…

 

Gianfranco Aloe è il primo a sinistra

Sento

Non più scugnizzi, non più monelli

Il tempo è volato, dicono i capelli

Restano ai più, radi ed innevati

Suggello degli anni ormai passati.

Tonino paolano, affetto e grande cuore

Le fila diradate, ha tessuto con amore.

Rizzar di peli, entusiasmanti sensazioni,

incontri intensi, profonde emozioni

comunanza di vita, pensieri e sofferenze

destino e sentimenti, legati,

senza differenze da Tarvisio a Favignana

a vivere l’ebbrezza dall’umile mio sentir,

per tutti una carezza…

(GIANFRANCO ALOE)

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

  • Demetrio Grandinetti Rispondi
    6 anni ago

    Grazie di averti conosciuto, Gianfranco.

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