Pl@tone d’esecuzione – Sulla messa al bando di alcune idee
L’invenzione della verità non è di un politico in campagna elettorale, ma il titolo di un testo del 1934 scritto da Bruno De Finetti e pubblicato molti anni dopo la sua morte. Per la stesura di questo manoscritto il matematico e filosofo italiano s’ispirò a un assunto molto semplice: «Non c’è verità che possa avere un valore assoluto ed eterno». In sostanza, ogni verità di oggi – con molta probabilità – sarà soppiantata un domani da una nuova verità, una più adatta ai tempi che saranno, di certo una verità vera. È bene avvertire il lettore che i processi cui De Finetti era interessato erano quelli scientifici e che il linguaggio usato nella stesura del testo sia prevalentemente filosofico. Tuttavia gli spunti offerti da alcuni concetti esposti sono sempre attuali e degni di attenzione. Riflettiamo assieme sull’attualità e sulla forza che questo strano oggetto-verità assume in un periodo di elezioni politiche. Diciamocelo. Non c’è un candidato che non sostenga di affermare la verità. Anzi il politico, quasi per definizione, dice la verità. Non basta. Se c’è un’altra caratterizzazione che possiamo individuare, è che il politico ha una teoria su tutto, ha la verità sempre in tasca e porta con sé una serie di assunti che ritiene assolutamente veri. Non veri, verissimi. Per tornare a De Finetti, potremmo dire che il politico ricorda una figura rievocata dallo stesso autore: quella del cafone. Chi era il cafone? Era colui che nel medioevo urlava a gran voce un editto, ribadiva un messaggio che il sovrano rivolgeva al popolo e faceva in modo che tutti, anche i più lontani, lo sentissero chiaramente. Una legge che una volta emanata era, a tutti gli effetti, la verità. Il cafone non poteva mentire, saliva su un carrozzone e urlava come un matto. Vi ricorda qualcuno?