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GRAMNA25 | Quella nave dei folli ancorata al porto di Caricchio

mmasciata
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Gennaio25/ 2015

GRAMNA25 | Il 21 gennaio 1990 fu fondato il centro sociale Gramna di Cosenza, il primo autogestito della Calabria. Definitivamente chiuso a fine del decennio rappresentò un crocevia per le generazioni ribelli che venivano dall’onda lunga degli anni settanta. A 25 anni di distanza, Mmasciata.it ha riscoperto il velo sul grado di abbandono e degrado della “nave di Caricchio” (LEGGI), riaprendo il dibattito.

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di Giuliano Santoro*

Arrivo a Cosenza al tramonto di una giornata calda, percorrendo la strada che da Trenta porta a Caricchio.

Lo stato di attuale degrado dell'ex centro sociale Gramna di contrada Caricchio a Cosenza
Lo stato di attuale degrado dell’ex centro sociale Gramna

Il fabbricato a forma di nave che ospitò il Villaggio del fanciullo, un orfanotrofio, è stato anche per anni la sede del centro sociale Gramna. Prima ospitava i figli abbandonati dagli emigrati, da cui l’architettura a forma di imbarcazione che segnala la speranza del ritorno. Poi, quando dopo anni di abbandono è diventato centro sociale, ha dato rifugio ai naufraghi delle città e ai giovani in cerca di spazi da autogestire. Ancora una volta mi trovo davanti a un confine che scandisce lo spazio e che ha delimitato il tempo. Perché il Villaggio del fanciullo, e la sua nave ancorata a nord di Cosenza verso la Presila, segna l’inizio dell’area urbana. Il panfilo del Gramna a Cosenza invece, segna la fine degli anni Ottanta. Ebbene sì, eravamo i primi a uscire per davvero dal decennio del riflusso. A dirla tutta il passaggio non fu così netto e radicale. Gli Ottanta mi attiravano come un oggetto proibito. Erano gli anni della sconfitta, e io da adolescente ero inspiegabilmente attratto dal disastro umano e politico, dalla sincera crudezza che scorgevo proprio lì, dietro l’angolo. Le nostre radici si trovavano, oggi come allora, sia nel passato prossimo rimosso che nel futuro negato.

Il posto non poteva che chiamarsi con un refuso: Gramna invece di Granma, come al barca del Che e di Fidel, perché non ci si prendesse troppo sul serio. Paoletto era anche allora ospitale e gentile. Mi diede il benvenuto a bordo della nave dei folli, che già era ancorata al porto di Caricchio, e quando presi in mano un volantino del Leoncavallo mi disse che potevo tenerlo. Il Leoncavallo allora era il Leoncavallo. Non c’era ancora Internet e per un imberbe già feticista della carta stampata quel volantino era una specie di reliquia, arrivava direttamente da Milano, era stato distribuito in occasione di chissà quale manifestazione , era arrivato fino a Cosenza attraverso gli efficientissimi canali dell’underground.

Mentre cammino sul lungo Crati mi ricordo di quella nottata e di una specie di battesimo. Mi ricordo di quando Ciccio ci trascinò, me e Vincenzo intimiditi, ad affiggere dei grandi manifesti gialli. Era un rito che serviva a riappropriarsi dei luoghi. Diceva Ciccio con la erre rotante: “AttacchinaRHe è bello, si sta con i camBagni, si girHa per la città…”. Riempimmo la città con la figura di un uomo occhialuto legato. “Certo che sono un uomo libero, ogni cinque anni mi slegano e mi fanno mettere una croce su una scheda”. Alla fine riattraversammo da da sud a nord le strade a pois gialli, seguendo il verso contrario del cammino che sto facendo adesso, e pensammo fosse davvero nostra.

Astolfo studiava gli esami di inglese coi testi dei Clash. Me lo vedo ancora che accarezza la collezione di Guerin Sportivo (“i Guerini sono come i figli”, dice) e ci chiama Revisionisti ridendo sguaiatamente. Noi facevamo finta di capire ma non avevamo idea di cosa significasse, quell’appellativo. La mattina tiravamo filone sempre più spesso, cioè non andavamo a scuola. Lo guardavamo con invidia uscire dalla sua stanza in pigiama a righe grattandosi rumorosamente la capigliatura. Poi si infilava una giacca ereditata dal nonno e usciva ruttando: “Se anche fossero le ultime duemila lire della mia vita le userei per fare colazione al Bar Dante”.  Era intriso di fatalismo e si rifugiava in un’ironia corrosiva, senza pietà per nessuno.

All’epoca, era obbligatorio il cappuccino notturno all’autogrill di Cosenza nord con Marcantonio e le partite a ping-pong all night long con Giovannino ed Emiliano. Non c’erano cornetterie e bar notturni nella città che moriva di noia. “A stura ‘ppe ‘ra via/sulu ciuati e polizia”, ci dicevamo vagando nella città deserta. Quando passo da Piazza Loreto rivedo Pippo, un uomo libero. Aveva un sorriso frequente e malinconico, ciondolante nelle mattinate d’inverno, con il cappello e gli occhialoni e e le Gailoises blu, che all’epoca erano senza filtro. Sul marciapiede cazzeggiava col Marchese disegnando mondi immaginari, impedendoti di inchiodarlo al realismo della realtà. La città a volte ti permetteva di sottrarti alle sue miserie e si estendeva oltre i suoi confini e comprendeva luoghi lontanissimi. Maruzzo snocciolava nomi di gruppi musicali oscuri e di città lontano come se l’Europa fosse a nostra disposizione. Ogni tanto qualcuna di quelle band e alcuni di quegli idiomi si materiallizavano sul palco fatto di assi di legno e tubi di cemento del Gramna. Puff. Era il ribaltamento della logica corrente. Il mondo, dunque, non finiva nel torrente di Campagnano, cioè al confine con la cittadina di Rende che allora pareva un comune dell’Emilia Romagna: era piena di verde e i suoi abitanti si vantavano dello standard dei suoi servizi. Dino disegnava manifestini in A4 bellissimi, semplici, eleganti e in bianco e nero, e stampava i bollettini Ecn con le notizie di tutto il mondo e degli altri centri sociali, facendoci sentire al centro del mondo e non in una città di provincia della regione più povera d’Italia.

Mi ricordo tutte queste storie, le stesse che poi sono finite in un’informativa della Digos che avrebbe fatto da impalcatura politica e giudiziaria per la grande montatura del “cosiddetto processo Sud ribelle”.

Mi ricordo questo e molto altro. Mi ricordo che i Kina cantavano nello stanzone dei concerti “non mi chiedere se ho vinto o se ho perso”. Ma mi ricordo anche gli errori e le sconfitte .Perché senza questi ingredienti, senza la consapevolezza della memoria, rischiamo di essere retorici e falsi come i nostri nemici. Senza ridere e maledire al tempo stesso le cazzate e i fallimenti si oscilla tra mitizzazione e rimozione, fra nostalgia e tradimento. Senza elaborazione collettiva, galleggiando tra i non detti e i rancori dissimulati, saremo condannati per sempre alle macerie, anche se “ricominciare non significa ripartire da zero”.

 

* tratto da “Su due piedi, camminando per un mese attraverso la Calabria”, Rubbettino.

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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