• giovedì 13 Agosto 2020

BINARIO UNICO | La strage ferroviaria dimenticata

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Luglio15/ 2012

di Igino Iuliano

Il 5 dicembre del 1943, un treno merci  delle Ferrovie Calabro Lucane con locomotiva a vapore, trasportava, dalla Sila verso San Pietro in Guarano e Cosenza, un carico di tronchi  e semilavorati di legno. Intorno alle 22, lasciata la  fermata di Fondente, mentre proseguiva la sua corsa per la successiva stazione di Santo Janni, nei pressi di località “Gaddrùzzu” non  riusci a frenare, subendo una forte accelerazione in quella tratta di forte discesa. Quella folle corsa causò il deragliamento della locomotiva che, in tal modo, andò a investire violentemente l’imbocco della galleria. L’irrefrenabile urto, provocò lo scoppio della caldaia a vapore e un contraccolpo che fece accavallare i carri del convoglio gli uni sugli altri. Alcuni di essi furono proiettati sopra la galleria, e poi, per il declivio del terreno, precipitarono nei pressi del ruscello sottostante.

Due ferrovieri, Pietro Cozza di San Pietro e Mario Milito di Lappano, che viaggiavano fuori servizio nella cabinetta del carro bagagli, resisi conto della situazione, saltarono dal treno prima dell’impatto e si salvarono; si salvò anche il macchinista Fanelli, ma rimase cieco. Il capotreno Luigi Turano e il frenatore Francesco Gallo, cognati, entrambi di San Pietro e il fuochista Salvatore Sangiacomo, purtroppo perirono.

Appena la notizia arrivò in paese, molti sampietresi, fra cui molti familiari di ferrovieri, accorsero a piedi sul luogo del disastro, nonostante fosse molto distante e ad un’altitudine di quasi 600 metri oltre quella del paese. Intanto fu chiamato un altro treno da Cosenza che, giunto sul luogo, caricò i feriti e i deceduti e li portò alla stazione di San Pietro. Qui, intanto, erano stati approntati i soccorsi, predisposta un’autoambulanza e si erano radunate molte persone, fra cui i familiari dei ferrovieri deceduti. Accorsero anche le autorità e il parroco di San Pietro, Don Salvatore Loria (ritratto nella preziosa foto d’archivio) che benedisse le salme ricomposte nei locali della stazione stessa.

L’accaduto rimase a lungo nella memoria popolare del tempo e non si seppe mai se a causare il disastro fu un errore umano o una imprevedibile fatalità. Le voci che circolarono, come sempre, furono tante e spesso discordanti. Presso le Ferrovie della Calabria (ex F.C.L.), pare che non ci siano più tracce documentali, né alcuna relazioni tecnica o solo descrittiva del triste incidente. 

In una emozionata rievocazione dell’accaduto, Rosario Pietro Turano, nipote del capotreno Luigi Turano, ha voluto aggiungere un suo particolare ricordo, riferito all’anno successivo (1944): “A quel tempo, la mia famiglia abitava alla fermata di “Fondente”, non lontana dal luogo del disastro. Io, avevo solo cinque anni e, con mio fratello Raffaele,  più grande di me,  sentivamo spesso i nostri genitori rievocare l’accaduto. In particolare rimanemmo colpiti dal fatto che il corpo di nostro zio Luigi, fosse stato rinvenuto, fra l’altro, senza scarpe. Un giorno, noi due, per conto nostro, decidemmo di andare alla ricerca di quelle scarpe che sapevamo essere di colore marrò chiaro. Ci recammo sul luogo dell’accaduto e dopo scrupolose e difficili ricerche fra i rottami della locomotiva e dei carri e fra i tronchi di legname ovunque sparsi, riuscimmo, con grande emozione, nel nostro intento. Notammo anche che nei carri, alcune lampade elettriche erano ancora integre nella loro sede: con la curiosità e l’ingenuità dovuta all’età le svitammo e le portammo pure a casa. La commozione dei nostri genitori, alla vista di quelle scarpe, fu immensa e noi, tristi ma fieri per aver compiuto quell’azione, le ponemmo, insieme alle lampade, vicino ai nostri letti. Nella notte che seguì ci fu una ventilazione come mai avevamo sentito prima; il vento si manifestò con un sibilo simile al fischio di un treno. In quel luogo isolato, la situazione si fece per noi preoccupante, irreale e insopportabile tanto che nostro padre si alzò dal letto, prese quelle lampade, di cui ricordo ancora la loro piccola forma sferica, e le scaraventò fuori dalla finestra, nel fiumiciattolo. Strano a dirsi e a raccontarsi, ma tutto quel frastuono cessò quasi di colpo. Allora mio padre chiuse la finestra e ripose quelle scarpe, che ovviamente aveva trattenuto, in un armadietto per meglio custodirle, ritenendo che fossero l’unico ricordo degno di essere conservato“.

 

Leggi l’articolo completo sulla nostra rivista:

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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