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La divisa e il barbone, storia di un giusto

admin
Settembre05/ 2012

giampaolo cardosi vigile capellone

Ma chi me sente, il vescovo ha il microfono e io niente”. Incredibilmente vera la storia più bella e triste di questo fine estate 2012. La storia della morte di Giampaolo Cardosi, il barbone più conosciuto di Livorno.

Serpico, così lo chiamavano tutti, era un vigile urbano. Negli anni ‘60 portava barba e capelli lunghissimi. Come lui molti giovani del tempo, ma nessun collega. Il capo proprio non tollerava quel look ribelle che, trasandato, male si sposava con la divisa stirata di fresco ogni mattina. Sotto di lui erano in molti a pensarla così, era deciso: l’avrebbero costretto a usare lamette e forbici, ma Cardosi riteneva il suo look firma di un suo diritto inalienabile e rimase sordo ai richiami e agli ordini dei superiori. Se non potevano tagliargli i capelli, potevano però togliergli la divisa, qualcuno pensò, e lo fece. Due denunce e due processi falsi, entrambi per furto aggravato (!) di 2mila lire e di un tavolo da giardino con quattro sedie, costarono al vigile urbano il lavoro che amava tanto.

Cardosi perse con la sua divisa tutto il resto. La madre, l’unica persona che gli rimaneva al mondo, non resse alla vergogna e morì di crepacuore. La casa andò ad un avvocato che riuscì a fregarlo. Ma lui nemmeno da reietto si arrese al suo destino. Accettò la sua vita da senzatetto in giro per Livorno e deriso da tutti divenne con gli anni un personaggio pittoresco conosciuto da tutti, anche fuori dalla città, ma non perse la speranza. «La divisa l’ho indossata a testa alta, me l’hanno scippata ingiustamente e in questi lunghi anni l’ho sempre desiderata» diceva testardo agli amici mentre preparava le carte per dimostrarsi innocente. Dopo decenni di calvario vinse, ottenne il proscioglimento da quelle accuse, ma non la divisa. Il Comune di Livorno pur di non riprendere a lavorare quel barbone era pronto a sganciare 300mila euro di risarcimento. Serpico, sdegnato, rifiutò i soldi, nonostante potevano significare la sua salvezza.

Quel gesto lo consacrò ad eroe popolare, nell’anno del centocinquantenario divenne famosissimo perché l’anima canzonatoria della città lo ribattezzò nuovo Garibaldi con una serie di manifestini ironici. Lui stava al gioco, amato da tutti tranne dal potere, che evidentemente manovra anche le traiettorie del fato. Una manovra sbagliata dalla sua leggendaria bici e alla fine di un’estate caldissima la vita se ne vola via dai suoi 69 anni. Un evento che ha scosso nel profondo le viscere della città toscana. In tutta Italia non si parla altro che della morte del vescovo di Milano, ma a Livorno no. I cittadini chiedono che in chiesa, fra due ali di folla formate anche da vigili urbani e barboni, Serpico ottenga finalmente quello che merita.

«Sono nato il 7 settembre del 1943 alla vigilia dell’armistizio. Ma nella mia vita io non ho mai incontrato un trattato di pace» ha detto in una intervista. Il 5 settembre del 2012 è stato sepolto con la divisa da vigile urbano stirata di fresco, la barba e i capelli lunghissimi.

S. Alfredo Sprovieri

cardosi vigile barbone

 

 

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