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Il mondo si è fermato su una panchina, in Calabria.

marco panettieri
marco panettieri
Gennaio10/ 2013

di Marco Panettieri

Secondo Prevert, la disperazione sta seduta su una panchina. Loro stanno lì da sempre, o almeno dall’inizio dei miei ricordi. Su quella panchina di un quartiere popolare di Cosenza hanno passato la maggior parte dei pomeriggi degli ultimi 25 anni. Da casa di mia nonna si ha una visuale privilegiata di queste persone. Negli anni, come dei moderni ritratti di Dorian Gray, sono invecchiate nell’aspetto, ma non nell’animo. I discorsi sono sempre uguali: contro i politici di turno, contro la squadra avversaria di turno. Quel pezzo di marmo ha ospitato discussioni su Van Basten ed El Shaarawy, passando per Papin, Weah, Shevchenko e Ibra, mentre sul piano politico i protagonisti sono rimasti più o meno quelli. A Cosenza le primarie del Pd hanno eletto persone sulla cresta dell’onda da 15 anni almeno. Che io sappia, i protagonisti della panchina lavorano, o meglio lavoricchiano da sempre. In perenne bancarotta, sembra che il loro principale appuntamento sia la panchina al tramonto.

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Vivendo fuori dall’Italia da qualche anno, ogni volta che torno ho l’impressione che la mia città non sia proprio un posto dove le abitudini cambiano repentinamente. Lo so perfettamente che entrando in quel pub o in quel bar, troverò le persone di sempre. Solo i locali della movida cambiano vorticosamente, con cicli di nascita-crescita-morte così rapidi da far invidia alle colture batteriche. Onestamente ho sempre avuto difficoltà a capire il perché un locale fosse eletto a “re della movida”, in quanto queste elezioni prescindono spesso da parametri estetici e qualitativi.

Le immutabili abitudini cosentine sono anche quelle che portano a imbrattare e riempire di rifiuti anche il nuovo museo all’aria aperta in centro. Che senso ha mettere Dalì e De Chirico fra le cartacce e i cassonetti trabordanti? Non me lo spiego, non me lo spiegano.

Le abitudini immutabili però sono anche quelle che mi spingono a tornare a Natale, ingozzarmi di cibo, salutare tutti, ma proprio tutti gli emigranti di ritorno e i miei coetanei che non hanno mai valicato i confini di Falerna e Lagonegro. Ad alcune cose non riesco proprio ad abituarmi. La desolazione di alcune zone della città, ad esempio, cementificate a basso costo (ed alti rischi), aumentando a dismisura una volumetria urbana già superflua per una piccola città che vuol dar l’impressione di essere grande. Le baracche sul crati, un enclave priva di diritti e doveri, dove anime nomadi sopravvivono lavando i panni nel fiume, organizzando latrine d’emergenza e bruciando i loro rifiuti.

Altre cose, sebbene le conosca bene, non smettono mai di sorprendermi positivamente: la vista della vallata dalle colline di Lappano (a pochi metri in verticale dalle baracche), di San Pietro o di Castrolibero.  La neve nel parco naturale della Sila, il sole sulle spiagge a Natale. E poi facce, persone, cose che mi hanno accompagnato  da sempre.

Sensazioni opposte che si combattono in un tiro alla fune infinito e che angosciano chi queste cose le vive da dentro ma anche da fuori. Cosa succederà quando le funi si spezzeranno? Proietteranno gli emigranti in Paesi sempre più lontani? O faranno rimbalzare le loro vite contro le pareti dei monumenti del mondo, prima di tornare all’ombra del Castello Svevo?

Mentre la mia generazione è tormentata da questi dubbi, su una panchina di un quartiere popolare di Cosenza, il tempo sembra non passare mai.

marco panettieri
marco panettieri

Il nome lo eredità da Tardelli, non il fiato. Cervello in fuga in attesa di nuova ricollocazione geografica. Scrive in italiano perché non vuole dimenticare la sua seconda lingua nativa. Al dialetto ci pensano i parenti.

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