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Si è soli e vecchi nelle piazze cosentine

admin
Febbraio05/ 2013

piazza loreto cosenza 2

di Matteo Dalena

La città è disseminata di solitudine, e bisogna essere forti per amare la solitudine. Da Pasolini ai luoghi della nostra quotidianità: piazze, parchi, panchine, scompartimenti, stazioni, luoghi dell’isolamento volontario o involontario, vengono comunemente definiti “spazi ambivalenti”. Massimo Cerulo, sociologo cosentino dell’Università di Torino, spiega che “da una parte, permettono di incontrare altra gente, osservare e ascoltare, in un certo senso, di sentirsi all’interno di un flusso sociale; dall’altra, sottolineano la solitudine in cui si è quotidianamente immersi, in quanto individui profondamente moderni: liberi in molte scelte, ma in profonda crisi quando si tratta di bastare a se stessi. E così, sempre più spesso, quei luoghi accolgono silenziose solitudini mimetizzate all’interno di folle rumorose”.

Cominciamo dalle panchine: a Cosenza piazza Loreto a metà mattino è un trionfo di vecchietti; briscola, tressette, tornei improvvisati di giochi di carte sbattute su uno scatolone che funge da tavolino, per mandar via quelle ore che sembrano infinite. Ma più lontano c’è chi attende immobile qualcosa e, godendosi il pallido sole che si fa strada fra le rughe, punta con lo sguardo un punto fisso dello scenario della piazza. “Ormai per me giorno e notte sono uguali – racconta Carmela, anni 78 – adesso mi vedi qui per caso ma, normalmente, sarei a casa in dormiveglia a guardare la televisione. La notte, tra una sigaretta e l’altra, fatico a prender sonno e vado a letto solo all’alba”.

La chiacchierata è lunga e personale. Il ribaltamento delle normali abitudini di vita a queste latitudini è una costante: non più i consueti ritmi familiari legati soprattutto ai figli, andati via ormai da tempo, a scandire la vita di queste nonnine bianche di calce in controluce. Sono soprattutto donne sole, vedove che si barcamenano con una pensione che basta a stento a coprire le scadenze mensili, le parche cene, qualche piccolo vizio e la consueta paghetta elargita ai nipoti, quando ci sono. La solitudine impigrisce e spesso si perdere anche l’arte della cucina perché a detta di molte la mancanza d’esercizio si fa sentire: “Sono sempre sola – ci confida la settantenne Angela – i nipoti che apprezzano la mia cucina vengono raramente e io per me non preparo quasi mai”.

Una ricognizione statistica nelle rosticcerie della zona ce lo conferma. La sera è un via vai di persone anziane che spendono in media dai tre ai sei euro. Gli autobus e le panchine dell’autostazione, luoghi “di passaggio” per i più, diventano posti dove molti di loro invece stazionano in attesa dell’attesa stessa, che spesso riesce a regalare qualche chiacchiera e un po’ di compagnia dai viandanti. Nelle agenzie di scommesse cittadine ripongono le loro speranze in un cavallo che nella maggior parte dei casi non arriverà vittorioso. La vittoria tanto, è sentirsi parte di qualcosa.

Luoghi caldi contro luoghi freddi, appunto quelli dell’emarginazione e dell’abbandono. C’è chi, invece, della solitudine fa il proprio eremo interiore, un luogo in cui trovare ispirazione e riparo da una quotidianità che corre troppo veloce. Su dodici poeti e scrittori intervistati, dieci definiscono la solitudine “a miglior compagnia, un breve ritiro che sollecita a un dolce ritorno sopratutto quando si è troppo stanchi delle voci del mondo”.

 

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