• lunedì 25 settembre 2017

IL TACCUINO | Appunti militanti di emigrazione e redenzione

mmasciata
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giugno29/ 2016

di Andrea Bevacqua

Fa impressione ascoltare, nel 2016, le parole e i versi di Franco Costabile cantate da voci adolescenti. Costabile è stato un poeta calabrese del ‘900 non molto ricordato dalle cronache e dagli studiosi di letteratura, ma alcuni giovani attori danno ancora voce alla forte denuncia di Costabile sull’emigrazione degli anni ’50, per nulla diversa da quella dei nostri tempi.

Ernesto Orrico, attore e regista, è riuscito benissimo a trasmettere il suo entusiasmo e la sua passione a ragazze e ragazzi del corso teatrale per adolescenti 2015/2016 tenuto al Morelli per iniziativa della Residenza teatrale More- Scena Verticale. Si è trattato di uno studio teatrale degno di nota, dal titolo Emigration Song. Un piccolo lavoro per il momento, che speriamo possa diventare uno spettacolo teatrale da far girare nelle scuole non solo della Calabria. C’è intensità nella recitazione di questi ragazzi. Ma non c’è solo recitazione. In un anno intero, da novembre a maggio, Ernesto ed altri esperti del corso hanno avuto modo di riflettere, interrogarsi, domandarsi sul perché si parte e si approda da un posto all’altro del mondo. Gli studenti hanno prodotto dei loro scritti che si sono affiancati a quelli di Vincenza Costantino, Erri De Luca, Alessandro Baricco. Colpisce la scena dei saluti, un susseguirsi di gesti: figli che si congedano da mamme in partenza verso il nord, verso la Pianura Padana e le regioni del Nord – Est ad affollare scuole ed uffici pubblici, mamme che si raccomandano con i figli, si genera una confusione tra movimenti, attese di pullman in imprecisati piazzali di stazioni ferroviarie. Poi lo sguardo arriva a chi è partito per andare “all’America”, a chi è disorientato a Toronto, a chi si sente con un piede in Calabria anche se non c’è mai stato ma le radici sono forti ed il filo difficilmente si spezza. Tutto questo condito dalle musiche di Massimo Garritano, Giuseppe Vincenzi e Gianfranco de Franco, artisti da sempre attenti alle questioni sociali del nostro tempo…

… Qualche metro più in là, in un punto imprecisato di Viale Parco a Cosenza, in un’area dismessa e recuperata, con l’amianto che riaffiora dai tetti soprattutto nelle giornate di gran caldo, viene proiettato Redemption Song, il nuovo lavoro documentaristico della regista Cristina Mantis presentato in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato alle Officine Babilonia. Anche qui un viaggio. Dalla Guinea e dal Senegal arrivando fino in Italia toccando il Brasile. La regista, con l’aiuto indispensabile di alcuni attivisti dell’Associazione La Kasbah, ricostruisce il viaggio dei migranti, denuncia cosa accade in Italia e in Europa da ormai più di quindici anni, fa parlare i sogni traditi di chi si trova in Italia privo di assistenza, privo di qualsiasi tutela, abbandonato nei centri di identificazione ed espulsione. Grida di disperazione che incollano lo spettatore al proprio posto. C’è l’amianto sopra  ma è come se non ci fosse. Il ritmo sonoro dei percussionisti che parte dall’Africa crea lo stesso effetto di disorientamento provato qualche minuto prima in teatro, quando i saluti compulsivi a mamme, figli, mamme, sorelle, fratelli, figli, sorelle, amici, fidanzati cadenzavano lo studio del laboratorio degli adolescenti del MORE.

Qui si danza per denunciare o anche forse per non pensare, per estraniarsi da una triste realtà. L’Africa è povera, impoverita dagli occidentali attraverso guerre, colonizzazioni, incursioni, depauperamento del territorio. Un’Africa che non ha possibilità di offrire cure mediche, famiglie che si sradicano dai propri villaggi. La denuncia più forte arriva da un filmato di repertorio di una sessione di lavoro del Congresso dei Paesi Africani del 1987, in cui si afferma che le popolazioni africane hanno aiutato i Paesi occidentali a liberarsi dal nazismo ricevendo in cambio soprusi, colonizzazioni da parte delle multinazionali e impoverimento sempre più crescente.

… Ancora qualche metro più in là, in via Galluppi, al Teatro dell’Acquario, si proietta nella sua prima cosentina il lavoro di Anita Lamanna e Erwan Kerzanet, ovvero Magna Grecia / Europa Impari, un film documentario girato in Calabria, quella di oggi, quella fatta dalle donne di Crucoli, capaci in passato di ribellarsi alle violenze dei mariti, quelle che raccontano ai propri nipoti gli amori della loro vita, lo scandire quotidiano dei loro anni passati quasi a creare un filo di memoria e di narrazione con una Calabria sospesa tra passato e presente. Per collegarsi al futuro bisogna andare qualche chilometro più sopra, verso nord, verso la Piana di Sibari. Qui troviamo una classe di scuola media, un insegnante che spiega il mito dell’antica città di Sibari, la sua fondazione, gli eroi greci e quelli troiani che una volta finita la Guerra si riversano in fuga con le loro tradizioni, famiglie, ricordi ed emozioni sulle coste della Calabria. E qui si collega il mito, l’epica, la leggenda, il passato, il presente a quello che verrà, al futuro. Claudio Dionesalvi, docente nella vita e nel film documentario, spiega ai propri alunni che rifugiati erano coloro che noi oggi narriamo come miti e uomini coraggiosi dell’antichità e rifugiati sono quelli che arrivano adesso sulle nostre coste. Nella Piana di Sibari abitano e lavorano dodicimila migranti provenienti da Africa e Asia, non è un’eresia dire che uno dei nostri alunni domani potrebbe sposare un giovane o una giovane proveniente da un altro Paese, è ancora meno scandaloso dirglielo in faccia ai ragazzi stessi durante una spiegazione in classe, è la Storia del mondo per fortuna ad averci insegnato che i popoli si incontrano perché di unico popolo, quello umano stiamo parlando. Ma anche in questo film compaiono in prima persona i migranti, quelli della Piana di Sibari, di Riace e quelli della Piana di Gioia Tauro. Quelli fantasma della stazione ferroviaria di Crotone ormai demoralizzati e sfiduciati e senza futuro e quelli coraggiosi e pieni di energia, voglia di cambiare le cose e denunciare i soprusi di Rosarno. In questi termini li definisce Peppino Lavorato militante comunista già deputato per il PCI ed ex sindaco della cittadina della Piana. Forse per andare contro la ‘ndragheta c’è bisogno di chi, provenendo da fuori, non è ingabbiato in dinamiche clientelari e servili…

… Ora c’è un filo rosso che lega nel pomeriggio/sera del 23 giugno il Morelli, le Officine Babilonia e il Teatro dell’Acquario. Un filo rosso che consente alcune riflessioni su quello che sappiamo produrre e creare nel nostro territorio, sulle migrazioni e sulla nostra situazione politica e culturale. Dire che esiste un’altra Calabria è davvero scontato e banale, sappiamo bene che siamo in grado di produrre cultura, politica e riflessione  ma dovremmo iniziare a prendere coscienza del fatto che se solo ci fosse un raccordo tra tutte le esperienze messe in campo sul territorio ci sarebbe anche una dinamicità capace di creare reddito diffuso e soprattutto fine del servilismo e della schiavitù dalla politica. Il problema però è che non siamo così coscienti delle grandi potenzialità espresse da tutte queste risorse umane. Eppure in una giornata come quella del 23 giugno a Cosenza mi è sembrato di vedere (non era la prima volta che succedeva per fortuna) “cattivi” maestri in grado di dialogare con i propri alunni o corsisti, con gli spettatori, capaci di creare riflessione, domande, spunti da mettere in campo nella vita e nel teatro. Nello stesso pomeriggio ho visto un capannone sottratto alla cementificazione selvaggia su Viale Parco colmo di gente per la visione di un documentario sociale e di denuncia politica. Perché non siamo in grado di osare e di valorizzare, far uscire quello che produciamo nei nostri circuiti? E’ proprio un’eresia pensare di far girare ad esempio lo spettacolo del laboratorio per adolescenti di Scena Verticale? Eppure da insegnante dico che sarebbe un’eresia il contrario cioè non farlo girare nelle scuole da sud a nord. Studenti che parlano ad altri studenti, che mettono in scena pezzi di prosa calabrese e meridionale sulle migrazioni. Studenti che si confrontano con altri studenti sul significato del partire, sulla necessità di partire o anche semplicemente sulla voglia di vivere in uno spazio altro rispetto a quello di nascita.

Oggi più che mai creare circuiti calabresi indipendenti può fare bene a noi stessi ed al resto della comunità nazionale e internazionale. Perché non si riesce a far girare l’interessante materiale culturale e artistico che nasce nelle realtà di base, nelle officine recuperate, negli spazi occupati, nei laboratori teatrali con i migranti? Certo, il problema è politico, di una politica che sappiamo benissimo non essere attenta a forme di cultura altra perché a mangiare devono essere soltanto coloro che sono inseriti in un sistema clientelare e mafioso. Lo sanno bene due giovani registi cosentini, Nicola Rovito e Fabrizio Nucci costretti ad emigrare temporaneamente in Lucania ospiti della Film Commision d’OltrePollino. Nella giornata del 23 giugno c’era, infatti, anche il lancio dell’anticipazione del loro lavoro su Matera, per l’appunto Matera 15/19, un viaggio in un sud in tutto simile a quello calabrese capace però di guardare al lavoro e alla gratificazione dei giovani artisti. Tra le musiche della colonna sonora troviamo un altro artista cosentino, Al The Coordinator al secolo Aldo D’Orrico.

Forse dovremmo realmente iniziare a pensare che si può fare cultura virtuosa anche negli spazi occupati, mettere in piedi stagioni teatrali che tentano di sostenersi grazie all’aiuto che le comunità intorno possono offrire dal basso. Perché tutto ciò deve solo rimanere un’utopia? Ci sono esperienze in Italia e in Europa prodotte e realizzate con i soldi raccolti attraverso il crowdfounding, ovvero raccolte fondi lanciate spesso a livello planetario per cui un individuo nella California può sostenere attraverso una piccola donazione un’attività culturale che si svolge in Calabria e viceversa. Nel nostro territorio ci sono riusciti quest’anno i ragazzi del Filo di Sophia. Da anni a costo zero, finanziandosi con gadget ed aperitivi autoprodotti e km zero, mettono in piedi una stagione di musica e cultura indipendente dal nome curioso M.I.L.F. Una delle poche esperienze ancora in grado di ravvivare le notti universitarie senza prendere un euro dall’ateneo. C’è poi il caso del Cleto Festival (che quest’anno parlerà di luoghi) e di altri circuiti indipendenti calabresi. C’è bisogno di osare e guardare al futuro ( e anche questo lo sappiamo), c’è bisogno di creare reti tra chi fa sociale e chi fa arte e cultura, consorzi. Serve slegarsi il più possibile dalla politica anzi dimostrare a questa che è possibile fare reddito in altri modi.

In generale poi, e questo non riguarda certo chi ogni giorno opera nel sociale e nella cultura con onestà e sacrificio, c’è bisogno di un cambio di prospettiva generale e di sicuro questo può offrircelo il fenomeno migratorio, l’opportunità non solo di ripopolare centri abitati disabitati e abbandonati. Chi viene da fuori porta novità, porta mentalità e modi di pensare diversi, scevri da condizionamenti e servilismi. E per noi calabresi imbalsamati e imprigionati nelle dinamiche della sottomissione, “del tutto va perché deve andare così ”, questo incontro, questo scontro, questa condivisione non può che farci bene. Imparare a ragionare in altro modo, prendere esempio da quei giovani lavoratori migranti di Rosarno che si sono ribellati al sopruso della ‘ndrangheta forse farà uscire anche noi dalle nostre schiavitù quotidiane altrimenti ci toccherà continuare a dire come lo studioso africano nel documentario di Cristina Mantis che “L’Africa sta perdendo i suoi figli” e pensando agli adolescenti del laboratorio teatrale del Morelli questo non possiamo proprio permettercelo!

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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