• martedì 17 ottobre 2017

PLAYLIST | Jim se ne fotte dei Knicks

mmasciata
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gennaio12/ 2017

di Andrea Mammone

Mi risveglio verso le 11 e sono pronto a una colazione con camminata su Brooklyin Heights ascoltando “Only for You” degli Hearthless Bastards. Sento di essere al centro del globo. Questo è il neighborhood più vecchio di New York. La passeggiata è tra le più affascinanti: hai  davanti agli occhi Lower Manhattan, l’East River e il ponte di Brooklyn. Io vivo qui vicino – cioé non proprio “qui” perché le speculazioni immobiliari favoriscono i miliardari come quello che è diventato presidente e guida i poveri. Con un colpo di genio, l’hanno perspicacemente scelto perché gli sembrava uno di loro.

Brooklyn è nel mio immaginario uno dei più bei microuniversi della galassia.  Alcune  sue strade sembrano l’Europa: case basse, alberi, e persone sedute fuori con una sedia – addirittura l’Europa dei paesi meridionali degli anni cinquanta! Il vantaggio del mio lavoro non è solo quello di potersi svegliare tardi. Posso permettermi il lusso di osservare quello che mi circonda. Appartengo, forse, a quel 15% di persone che fa un lavoro che ama. Una vita abbastanza piena mi permetteva anche di non sprofondare mai troppo in vortici emotivi. Eppure, dopo quella sera, non riuscivo, anche se con qualche (tentativo di) moderazione, a non pensarla. Era lei che aveva chiesto il mio numero, ma io ero ora quello che aspettava. E l’attesa sembrava non finire. Mi aveva suggerito quale stelle guardare ed era sparita così? Per un racconto avrei immaginato, come sempre, un finale diverso. Avevo grandi accelerazioni ma, di solito, mai grande fretta. Le simmetrie delle emozioni sono spesso variabili, ma basta avere gli occhiali giusti per comprenderle. Ma questa volta sembrava diverso.

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Sarà stato il consiglio del dj con i baffi, il sorriso di quella cantante con il fiore, o, semplicemente, la magia di un abbraccio profondo – eh si, ho imparato che a volte gli abbracci dicono più di un bacio –,  e io quella ragazza non riuscivo a togliermela dalla testa. Jade mi chiamava, scriveva messaggi, e non rispondevo o ero vago – eppure sapevo che cosa perdevo! Il pomeriggio vado a vedere i New York Knicks e scrivere un pezzo per un giornale. Prima però prendo un hamburger al tonno al The Odeon di Tribeca (un po’ dopo il nostro famoso ponte). È un bistro rétro che, soprattutto negli anni ottanta, era un incrocio di artisti e registi e un generatore di subculture metropolitane. La musica nel locale, e nella mia testa probabilmente, è tutta di quegli anni. Mentre ordiniamo parte “Take me on” degli Ah-ha. Sono con Filo che sembra davvero uscita da una qualsiasi serie televisiva su NYC. Come con un vero sintetizzatore di musica elettronica molto eighties ci raccontiamo le nostre vite dall’ultima volta che ci siamo visti. Vado al bar a prendere due spremute di carota, mela e ginger e finalmente uno dei registi in sala ha deciso di girare una scena con me come protagonista.

La cameriera mi sorride insistentemente mentre, in sottofondo, la cantante degli Human League dice:

“I was working as a waitress in a cocktail bar”.

É così angelica da angelica da sembrare quella Jade che insegue le mie giornate, e qualche notte, ma per veemenza, sexy lo è al cubo. Potrei seriamente chiederle di scappare in questo istante, ripetendo anche a lei “Don’t you want me baby?”. Invece sono in ritardo e scappo al Madison Square Garden. Ho il pass stampa e salto le file. Si, lo ammetto, tutto questo può sembrare abbastanza figo. Il che è realtà, e al tempo stesso, una semplice proiezione di come percepiamo noi stessi e come gli altri ci percepiscono: anche se qualcuno pensa probabilmente il contrario e altri credono sia un alieno. Sono giunto alla maturità probabilmente tardi – se mai ci sono arrivato, ma ho amici che sono molto peggio di me. Vivo a Brooklyn per scelta, tanto non ho cartellini da timbrare, e ho così tanti libri aperti, in tre lingue, da scrivere o leggere, che probabilmente non ne finirò mai uno. Secondo le mie amiche anche questo attira le loro simili. Io, per un periodo, avevo invece pensato fosse una station wagon, il labrador e una confezione del Mulino Bianco.

Ma quel pomeriggio m’interessava molto di più il basket, forse perché, vista l’atmosfera precedente dell’Odeon, speravo di essere nel 1985 e veder esordire Pat Ewing appena arrivato dall’università di Georgetown. Ecco, il bello della vita è pure questo: a volte possiamo decidere di sentirci in un film, vivendolo appieno come suggerisce il famoso dj con i baffi e ridendo di gusto come fa quella famosa cantante col fiore nei capelli. Così facendo te ne puoi davvero fottere di quello che dicono quegli gnomi la cui visuale si ferma a due metri da casa loro. Tra l’altro sognare alleggerisce l’anima e permette di cogliere gli scampoli di poesia. Il mio sogno era il Madison in quel momento, e la mia poesia una ragazza incontrata a NYU, rivista all’Old Square Beats tra addobbi natalizi e musiche sparse, e che non mi chiamava. E anche se volevo andarmene prima della fine del terzo quarto della partita, ero comunque contento. Guardo se nelle prime file ci sono gli habitué.  Oggi però non mi interessa Spike Lee. Sono gli altri a raccontarmi i segreti.

Jim, un cinquantaseienne afroamericano, è nella sua solita zona. Camicia a righe, bretelle, in piedi, spalle al campo e sfoglia il New York Times. Gli sorrido:

“Eh, non guardi neanche oggi?”.

Senza alzare troppo lo sguardo sospira:

“They are shit!”.

Prendo lo zaino e vado via. Se Jim legge il giornale so già che scrivere. Mi fermo a prendere un thé per strada e squilla il telefono. È lei. In cinque secondi provo a scorrere tutti i locali da proporle sperando voglia rivedermi.

È strano. Avevo un caos in testa, ma non ho smesso di pensarti”, risponde.

Il meteo parlava di possibili tempeste di neve in arrivo, eppure io vedevo qualcosa brillare. Giro allora l’angolo e in una traversa vicino al ponte c’era quell’inglese biondino che mi parlava sempre della Toscana e cantava con i Police. Erano per strada a suonare un nuovo pezzo, “Every Breath You Take”. Mentre passo mi saluta con un cenno del capo. Neve o non neve, tempeste o meno, ero diventato fiducioso che quello sarebbe stato un Natale davvero da ricordare.

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Il collettivo Mmasciata è un movimento di cultura giovanile nato nel 2002 in #Calabria. Si occupa di mediattivismo: LA NOSTRA VITA E' LA NOTIZIA PIU' IMPORTANTE.

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